Serie A 2014-15: al via il Campionato dell'Anno Uno

Toccato il fondo per immagine e risultati, il calcio italiano riparte ora dal torneo più equilibrato degli ultimi anni. Ma per risalire davvero serve anche altro - Le rose delle squadre - Chi vincerà? - Il pronostico dei bookie

Fischio d'inizio per il 113° Campionato di serie A, quello dell'Anno Uno. – Credits: Getty Images.

Giovanni Capuano

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Anno Uno, si parte. Non da zero perché l'augurio da fare al calcio italiano è che il fondo sia stato toccato e non resti più nulla da scavare nel pozzo in cui è caduta l'industria del pallone che, come il Paese del resto, continua a perdere appeal, competitività, soldi e protagonisti. Non è l'Annozero perché di ripartenze se n'è abusato nell'ultimo quadriennio, schiacciato tra il Triplete dell'Inter di Mourinho (ultimo trofeo internazionale), i fallimenti mondiali di Lippi e Prandelli, il raggio di sole dell'Europeo 2012 che poteva essere l'inizio di un nuovo corso e, invece, si è rivelata una splendida e atroce illusione. Siamo quelli della fotografia dei numeri: i 14° al mondo (ranking Fifa) e i 5° in Europa (Uefa), così distanti dai piani alti da poterci finalmente concentrare sulle cose da fare per non scendere ulteriormente in basso. A costo di andare controcorrente, l'inverno che arriva non potrà che essere migliore dell'estate che l'ha preceduto, vissuta di scandali, polemiche, bilanci in rosso, banane e amenità varie. Tutto sotto gli occhi del mondo che ha assistito con sguardo beffardo a quanto accadeva nell'ormai periferia dell'impero.

Il frutto di un'estate sulle montagne russe è che il calcio italiano si presenta all'Anno Uno con il torneo più equilibrato sulla carta delle ultime stagioni. Merito della Juventus, l'unica ad aver cambiato davvero pelle (più volontariamente di quanto fatto raccontare in giro) e impegnata in una scommessa a rischio calcolato: quanti punti in meno vale il passaggio da Conte ad Allegri? Quanto perderà normalizzandosi dopo il furore-Conte? Partendo dai 102 punti e dai record della passata stagione, il margine potrebbe essere sufficiente, ma il confronto tra il prima e il dopo sarà il tema dominante dei prossimi mesi, un giochino pericoloso cui sarà impossibile per Agnelli-Marotta-Allegri sottrarsi. In ogni caso ci sarà meno Juve di un anno fa e, possibilmente, qualcosa in più da quelle che inseguono e che devono colmare un gap di partenza impossibile (-17 Roma, -24 Napoli, -37 Fiorentina, -42 Inter e -45 Milan).

In generale sarà un Campionato più povero. In estate sono mancati i colpi in ingresso che avevano portato in Italia qualche grosso nome e, aspetto ancor più grave, sono mancate le cessioni pesanti. Chi è partito (Immobile e Balotelli) lo ha fatto a prezzo di saldo. Gli altri presunti top player sono rimasti qui, segnale che a livello internazionale certe quotazioni nostrane si ridimensionano e la miniera dei pezzi monetizzabili sul mercato si sta esaurendo. A occhio, solo Inter, Roma e Lazio - tra le squadre di vertice - si sono rinforzate. Il Napoli è più debole di un anno fa e lo choc di Champions League sarà condizionante, il Milan è un incognita totale (a partire dall'allenatore) e la Fiorentina rappresenta una scommessa legata alla salute dei suoi big.

Tanto equilibrio potrà fare solo del bene a uno spettacolo che si annuncia di second'ordine. Avremo stadi vuoti e ancora fatiscenti. Manca tuttora la legge sugli impianti e non è tra le priorità di questo Governo. La sensazione, però, è che non sia nemmeno una priorità di quell'altro governo che ha a capo "mister-banana" e Lotito come reggente e uomo forte. Il confine tra chi ha vinto e chi ha perso è chiaramente delineato. Si è trattato di una "battaglia del grano" lunga e sanguinosa, iniziata con la spartizione dei diritti tv 2015-2018 (pareggio buono per Mediaset e meno per Sky), proseguita con la guerra per la Figc (vinta dal partito-Mediaset contro il partito-Sky) e che proseguirà con l'ardua impresa di Tavecchio e soci di andare a battere cassa da Coni e Governo per vedersi riconoscere una parte dei soldi che l'industria-calcio versa nelle casse dello Stato: un miliardo in tasse dirette, più l'indotto di scommesse e attività correlate.

Non sarà semplice e, anzi, l'aria che tira è quella di punire il pallone con altri tagli che andranno però a incidere sulla propaganda e sull'attività giovanile. Non sulle tasche dei sempre ricchi giocatori e tecnici che continuano a vivere una spanna sopra il cielo. La vicenda dell'ingaggio di Conte che ha scandalizzato tanti è stata paradossale: ottima operazione della Figc comunicata malissimo e che renderà alle casse della Federazione un buon dividendo in termini di appeal commerciale. La cosa che conta di più, visto che siamo alla vigilia di un biennio di quasi-amichevoli che ci porteranno, con lo scivolo di un girone facile facile, fino all'Europeo del 2016, al quale l'Italia andrà con la stessa ossatura della nazionale di Prandelli. Conte o no, il problema è che oggi nei club di fascia medio-alta della serie A giocano titolari al massimo un'ottantina di calciatori italiani e di questi non più di 30-35 sono convocabili in azzurro. Guarda caso il gruppone allargato coltivato da Prandelli fino alla partenza per Mangaratiba...

Chiusura dedicata alla parola magica: "riforme". Come nel resto del Paese, anche il calcio promette di dotarsi delle sue. La partenza è stata sconfortante: passo indietro sulla discriminazione territoriale e pugno duro sulla violenza (l'ennesimo). Il resto del programma parla di revisione delle norme sul professionismo e, soprattutto, di riduzione dei club. Il sogno è una serie A a 18 squadre, una B a 20 e solo 40 società nella Lega Pro. Sulla carta un'ottima idea. Nella realtà la stagione che parte ha scelto la 22° di serie B affidandosi a tribunali, avvocati e carte bollate. Benvenuti in Italia, Anno Uno. E buon divertimento.

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