Calcio

Russia 2018, la caduta delle grandi (e perché l'Italia avrebbe fatto bella figura)

Condizione fisica, logorio della stagione, pressioni per il pronostico e ricambio generazionale. Ma c'è anche un calcio che si sta modificando

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Giovanni Capuano

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Il primo effetto concreto del Mondiale più pazzo di sempre è che il 15 luglio, nella finale di Mosca, ci sarà almeno una nazionale che non ha mai frequentato quelle altezze oppure, nel migliore dei casi, che c'è stata solo nel 1958 (Svezia) o nel 1966 (Inghilterra). 

Il mondo alla rovescia, insomma. Prima la Germania buttata fuori nei gironi da Messico e Corea del Sud. Poi la caduta contemporanea di Messi e Ronaldo con Argentina e Portogallo che, almeno, hanno avuto il merito di essere state eliminate da Francia e Uruguay, non due carneadi qualsiasi.

Ma anche il Brasile salvo al 91' contro Costarica, la Croazia ai quarti ansimando ai rigori con la Danimarca, la Svezia delle sorprese e l'Iran che ha avuto sul piede il pallone di una storica qualificazione contro il Portogallo. Che sta succedendo? Perché il Mondiale di Russia sta ribaltando tutte le logiche fin qui note del pallone?

Il peso del pronostico

Certamente c'è un aspetto di casualità nel veder cadere tutte insieme le grandi. La Spagna si è rovinata con le sue mani nel giorno in cui ha cacciato il ct che si era promesso al Real Madrid senza avvisare la federazione (a 48 ore dal debutto), l'Argentina ha presentato una delle nazionali meno competitive di sempre e la Germania ha lasciato a casa chi (Sanè) poteva forse cambiare la storia del suo Mondiale.

In comune hanno tutti, nessuno escluso, il peso di un pronostico da rispettare. L'appuntamento con la storia da non mancare diventato ossessione per Messi, che rischia di chiudere la sua carriera da numero uno con l'ombra perenne del paragone con Maradona e il Mondiale del 1986 vinto dall'Argentina. Oppure Ronaldo e la sua fame di trofei che in nazionale (ma non solo per colpa sua) ha fin qui trovato sfogo solo nell'Europeo del 2016.

Di sicuro il calcio delle nazionali si sta dimostrando più genuino di quello dei club. Sarebbe impossibile immaginare una Champions League con fuori a metà corsa le multinazionali che dominano il football europeo, quelle che hanno budget da multinazionali e si scontrano contro squadre dal potenziale nettamente inferiore. 

Il Mondiale è un inno contro la logica del calcio moderno, quello dove il conto in banca fa la differenza e le regole scritte hanno ottenuto il risultato di cristallizzare i rapporti di forza. L'Iran, che è stato a un passo dalla qualificazione, probabilmente non sarebbe nemmeno stato iscritto alla Champions League.

Stagioni massacranti a ricambio generazionale

Poi c'è il peso di stagioni massacranti che le star del pallone si portano sulle spalle. I migliori hanno giocato tutti intorno alle 60 partite prima di presentarsi in Russia per il mese più importante del quadriennio. Forse non è un caso che corrano molto di più quelli che hanno avuto meno nel resto dell'anno; è la rivincita della normalità sui super poteri.

Ovviamente non si può generalizzare, perchè la componente del ricambio generazionale pesa almeno allo stesso modo. Mbappè è il talento del futuro, Neymar quello del presente, Kane ha 25 anni e sembra che giochi già da una vita come i vari Messi, Mascherano, Iniesta che all'improvviso appaiono lenti e fuori contesto dopo aver dettato le regole del gioco per oltre un decennio. Consumati e sorpassati dalla freschezza del nuovo.

La fine del mito del possesso palla

Infine, ma di questo si tornerà a parlare nei prossimi mesi, c'è una modifica nel dna tattico del calcio di vertice. Il Mondiale sta segnando la morte del tiki taka e del mito del possesso palla. Si può tenere il pallone tra i piedi per il 75% del tempo (Spagna contro la Russia) e poi uscire. E' successo anche a Portogallo e Argentina oltre che alla Germania (70% contro il Messico) nella prima fase.

Le cosiddette piccole giocano un calcio molto più fisico e verticale. Si chiudono e ripartono per fare male. Lasciano che gli altri vadano in orizzontale con una gigantesca e noiosa ragnatela di tocchi, poi appena possono sfruttano lo spazio concesso oppure mettono in mostra schemi su situazioni di gioco fermo che fanno la differenza.

Non è catenaccio. E' la sua evoluzione. E' la sublimazione di quanto spiegava Mourinho nell'anno 2010 - stagione di grazia del Triplete interista - secondo cui si può vincere lasciando il pallone agli altri organizzando la propria difesa. Ecco perché in questo Mondiale ci saremmo trovati bene anche noi, se ci fossimo qualificati. Qualche chance in più l'avremmo avuta se avessimo affrontato la Spagna all'italiana come ha fatto la Russia, senza sfidarla a casa sua con il 4-2-4 delle utopie. Ferita mai rimarginata mentre osserviamo il mondo che si rovescia.

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