Calcio

Manichini appesi, minacce, scritte e razzismo: la vergogna del calcio italiano

Le scritte al Colosseo rivendicate dagli ultras della Lazio sono l'ultimo episodio di una sequenza che ci mette in cattiva luce nel mondo

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Giovanni Capuano

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E' stata la settimana nera del calcio italiano, salvato sul campo dal meraviglioso comportamento della Juventus a un passo dalla finale della Champions League, ma costretto a rimbalzare nel mondo l'immagine di un posto in mano a tifosi, violenti, razzisti e personaggi di cui non si riesce a liberare. Una sequenza iniziata con l'assurda vicenda Muntari, per fortuna salvato in extremis dopo la squalifica per aver denunciato di aver subito ululati a Cagliari, e chiusa (si spera) con i manichini dei giocatori della Roma appesi nottetempo davanti al Colosseo.


L'ultimo episodio è anche il più inquietante. Gli ultras della Lazio lo hanno rivendicato spiegando che si è trattato della continuazione di uno sfottò nato durante il derby di domenica 30 aprile. L'incubo per i romanisti da cui difendersi dormendo con le luci accese sarebbe la sconfitta e i manichini rappresenterebbero lo stato di depressione in cui dovrebbero versare tre giocatori simbolo della Roma come De Rossi, Salah e Nainggolan.

Una ricostruzione meno opprimente rispetto all'idea di minacce rivolte ai giallorossi dai propri tifosi, ma che lascia comunque la sensazione che si sia persa la misura. Non si tratta solo di cattivo gusto e dell'incredibile circostanza per cui una trentina di persone possano fare quello che vogliono nel cuore di Roma, tra l'altro facendosi immortalare in video e fotografie. E' proprio il senso stesso della misura del tifo, anche del sano sfottò, venuto meno in una piazza appena passata da un giro di vite lungo un paio di stagioni tra controlli, barriere e denunce.

 

L'unica risposta possibile può essere l'identificazione dei responsabili e il loro allontanamento dagli stadi. La stessa soluzione per i pochi autori degli insulti razzisti a Muntari, tra l'altro facilmente identificabili se è vero che lo stadio di Cagliari era mezzo vuoto, posto che il sistema calcio è stato capace solo in extremis con la cancellazione della squalifica del ghanese di evitare l'assurdo paradosso di una vittima punita al posto del carnefice. E detto che le frasi di Muntari ("Se Minelli non fosse stato un arbitro sarebbe sottoterra") meritano la giusta sanzione.

A Firenze i tifosi, esasperati dal finale di stagione, hanno invitato i calciatori a correre per non essere bastonati. A Superga sono apparse scritte oscene e infamanti una delle tragedia più sentite della storia moderna italiana, rimosse in fretta ma inconcepibili in una società che si vuole civile. A Marassi una partita è stata interrotta per una contestazione, apparentemente ben poco spontanea, con lancio di fumogeni e una squadra è stata messa in ritiro punitivo con metodi quasi da sequestro sportivo ("Da oggi non vedranno più le loro famiglie ad oltranza") da parte di un presidente esasperato a sua volta ma decisamente sopra le righe.

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Un quadretto deprimente che ha fatto il giro del mondo in fretta gettando discredito, come se non ce ne fosse già a sufficienza, su tutto il sistema calcio italiano che faticosamente sta cercando di riconquistare competitività e appeal. E per fortuna che dal letame è nato il fiore del messaggio dirompente di Buffon, l'appello a non toccare la memoria dei morti e a non rilanciare in un'assurda faida in cui a perdere è solo l'immagine di tutti noi.

Roba da nascodersi per la vergogna, sperando che il campo ci riscatti (la Juve gioca per tutti aspettando l'assalto della nazionale di Ventura al Mondiale) e che vengano tempi migliori. Quelli in cui chi sbaglia paga e viene tenuto fuori per sempre, se possibile. E nel quale chi può prende coraggio e si espone per dire con forza che non tutto è sopportabile. Basta ipocrisie. Anche a costo di farsi qualche nemico.

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