Calcio

Riccardo Silva: "Il nostro calcio, il tesoro delle tv e il futuro"

Intervista a tutto campo con il fondatore e n°1 di MP & Silva, l'uomo che vende all'estero la serie A. Stanco di passare solo per l'amico di Galliani...

silva

Giovanni Capuano

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"Sa qual è la verità?". Dica. "E' che i presidenti del calcio italiano dovrebbero alzarsi tutte le mattine e ringraziare che la serie A incassi ancora un miliardo di euro per i diritti tv. Invece di continuare a litigare". Diretto, schietto, duro nella sostanza ma non nei modi. A dire quello che molti pensano e non tutti scrivono è Riccardo Silva, fondatore e anima di MP & Silva, advisor che quei diritti contribuisce a veicolare all'estero e che dei corridoi della Lega in via Rosellini è frequentatore. 44 anni, italianissimo anche se vive la maggior parte del tempo a Miami, a capo di una multinazionale che fattura in tutto il mondo quasi 700 milioni di dollari all'anno e che ha rapporti con tutte le maggiori leghe a partire dalla mitica Nba, di cui tratta le immagini per il Sud America. "Solo da noi, però, scrivono che lavoro perché sono amico di Galliani o ex dipendente Fininvest" sottolinea, cercando di scollarsi di dosso l'etichetta che lo accompagna da tempo: "Ma io di Adriano sono amico come di tanti altri, con Milan Channel ho fatto solo un tentativo di business qualche anno fa e, soprattutto, non ho mai lavorato per Berlusconi".

Una bella fetta del miliardo e cento milioni abbondanti che dal prossimo luglio e fino al 2018 pioverà sui club della serie A viene proprio dalla sua società. Per l'esattezza 186 milioni all'anno di media per un triennio, offerta che ha spiazzato la concorrenza di Img e B4 e chiuso l'asta in meno di mezz'ora con tanti saluti alle polemiche. Perché il punto è questo: "Io ho vinto un'asta, nessuno ha pilotato l'assegnazione - dice Silva -. Se davvero il vostro campionato valesse di più, perché gli altri hanno offerto meno?". I numeri dicono che i ricavi da diritti tv sono l'unica voce in cui il calcio italiano resta ai vertici, dietro l'inarrivabile Premier League (2,2 miliardi a stagione), ma saldamente davanti a Liga (755 milioni), Bundesliga (698) e Ligue1 (608 con proiezione di crescita a 748 dal 2016). Eppure non ci sono più i campioni di un tempo, gli stadi sono vecchi e vuoti e i presidenti non riescono a mettersi d'accordo su nulla, nemmeno sull'idea di far giocare le big non necessariamente di sera così da riuscire a piazzare il prodotto sui mercati orientali, la nuova frontiera che rischia di vederci perdere altre posizioni. 

"Noi diamo quei soldi alla serie A perché siamo sicuri che quella sia la cifra giusta per il prodotto" spiega Silva, tirato spesso per la giacchetta da chi gli ha fatto i conti in tasca ("Ma a De Laurentiis una volta ho detto: 'Aurelio, perché non li vendi tu i diritti all'estero?'") o chiesto uno sforzo in più ("Mi dicevano 'Dai, arriva a 200 milioni' e in fondo il terzo anno io ne pago 205"). Può farlo perchè MP & Silva è un colosso che prende la serie A e la inserisce in pacchetti che contengono una cinquantina di sport e 10mila ore di televisione in un anno, mettendo insieme il grande calcio internazionale, il basket Nba, tennis, Formula Uno e tanto altro. "Così le tv hanno interesse al nostro progetto e la serie A continua ad essere appetibile" è la ricetta che spiega quei 186 milioni di media all'anno con incremento del 40% nel periodo più buio per il nostro calcio. Anticiclico. 

Un centinaio di dipendenti sparsi nelle 20 sedi in giro per il mondo, tutto nato da un'intuizione a lasciando al resto della famiglia l'attività dell'azienda di saponi già famosa e ricca di suo: "Non dirò mai di essere partito da zero, perché avere alle spalle una famiglia di imprenditori di successo mi ha aiutato - racconta -. Però l'idea di fare soldi con un bene immateriale come i diritti tv dello sport è stata mia e averci creato un business non è reato". Non dice, ma lo lascia intendere, di esserci rimasto male leggendo ricostruzioni al veleno sulle sue proprietà a Miami e sui rapporti privilegiati che lo avrebbero spinto in questi anni di successo. La famosa etichetta che lo accompagna da noi ma non nel resto del mondo, dove continua ad espandersi "anche perché il mercato dei diritti tv è destinato a crescere ulteriormente, se si pensa che lo sport è rimasto uno dei pochi prodotti che tira sempre e comunque e che i colossi delle tv hanno bisogno dei nostri contenuti". 

Una ricchezza di cui continuerà a beneficiare anche il calcio italiano, malgrado i suoi limiti strutturali di oggi. La ricetta per superarli? Magari una governance più forte (ma questo Silva non lo dice), di sicuro un progetto strategico che tenga conto anche dei dettagli: "Perché ci ostiniamo a non giocare nelle vacanze natalizie e poi ci chiediamo da cosa nasce il dominio della Premier League? - dice -. O, ancora, i club mi chiedono di fare pressioni perché in Nord America passino in diretta la serie A e non il Real Madrid o il Barcellona. Non sarebbe più semplice organizzare il calendario provando a evitare sovrapposizioni con squadre che oggi hanno un appeal mondiale inarrivabile?". Idee buttate lì dall'uomo che le immagini dei nostri stadi le vende nel mondo. Pragmatico e spesso inascoltato. 

 

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