Calcio

Dai soldi alla fortuna (ma non solo): ecco perché il Real Madrid è imbattibile

I gol di Ronaldo, la scommessa Zidane, i fuoriclasse pagati a peso d'oro e il potere di un club che anche a Kiev ha scritto la storia della Champions League

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Giovanni Capuano

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Il Real Madrid ha conquistato a Kiev la 13° Champions League (Coppa dei Campioni) della sua storia. La terza consecutiva, come non era mai accaduto a nessuno da quando la manifestazione ha cambiato format e nome negli anni Novanta, e la quarta dal 2014. Record che rimandano al calcio del secolo scorso e che saranno difficile da battere per decenni perché il football globalizzato del Terzo Millennio si è trasformato in confronto tra colossi. E nella competizione non è previsto che ci sia un big così dominante da rendere gli altri comprimari malgrado investano miliardi di euro per vincere.

Invece il finale è disperatamente sempre lo stesso. L'Atletico Madrid due volte, la Juventus a Cardiff e il Liverpool nella sfida di Kiev si sono dovuti inchinare allo strapotere dei blancos. Quasi una sentenza. Come se il gruppo guidato da Zidane avesse nel dna la vittoria in Europa, obiettivo per tutti e ossessione a Madrid dove la parola sconfitta non è accettata. Un esempio? A Lisbona nel 2014 Ancelotti, poi accalamato dalla folla, era stato praticamente esonerato nell'intervallo di una finale in cui Ronaldo e compagni stavano perdendo contro l'Atletico. Prima che Sergio Ramos ci mettesse lo zampino e ribaltasse il destino di una finale che pareva segnata.

Perché il Real Madrid vince sempre? Ecco una breve guida ragionata prendendo come paradigma l'ultima stagione. Iniziata male, proseguita peggio e finita con la festa sul prato di Kiev. Lettera per lettera, ecco i motivi dello strapotere madrileno:

P come potere

P come potere economico che si declina nella grandezza di un club che è ormai una multinazionale lanciata verso il miliardo di fatturato all'anno. Una macchina da soldi quasi perfetta, seguita da quasi 190 milioni di persone sui propri profili social, corteggiata dagli sponsor e dai partner commerciali (oltre 300 milioni di euro di ricavi commerciali) e con un seguito planetario che fa del marchio del Real uno dei più noti e remunerativi in tutto il mondo.

Ma anche P come potere politico esercitato in Spagna, con la contrapposizione feroce del Barcellona, ma anche in Europa. Fascino di un club temuto e rispettato, che gli avversari considerano anche favorito dagli arbitri come capita a tutti quelli che dominano e suscitano invidie. Che il peso del Bernabeu possa condizionare è storia, oltre che cronaca, ma che il Real vinca solo per questo è leggenda che si autoalimenta regalando a Madrid più potere di quanto ne abbia in realtà.

C come campioni

Messi a parte, sono almeno vent'anni che i migliori giocatori del mondo passano da Madrid. Un fascino irresistibile, quello della camiseta blanca, autentico simbolo di grandezza. Giocare nel Real vuol dire soldi, fama, trionfi di squadra e personali. Cristiano Ronaldo è stato il migliore anche a Manchester, ma è solo in Spagna che si è trasformato nel giocatore leggendario che in bacheca ha 5 Champions League (solo lo stesso Real Madrid con 13 e il Milan con 7 ne hanno di più) e 5 Palloni d'Oro.

C come calciomercato, terreno su cui ciclicamente il Real Madrid afferma la sua superiorità scegliendo il meglio, strapagandolo e portandolo a casa. Anche adesso che il denaro degli emiri e dei magnati russi ha alzato l'asticella della competizione. Non c'è nessun campione che sia più importante del club, questa è la filosofia a Madrid. Nessuno è insostituibile. Nessuno. Nemmeno Cristiano Ronaldo.

F come fortuna

F come fortuna o, anche U come Ulreich e K come Karius. I portieri che con i loro errori grotteschi hanno spianato la strada al Real Madrid nella semifinale contro il Bayern Monaco e nella finale con il Liverpool. Non si conosce vincitore seriale che non sia stato anche fortunato e il Real ha avuto certamente dalla sua la buona sorte in alcuni dei momenti cruciali di questa come delle passate stagioni.

Guai, però, a limitarsi agli episodi: spiegano qualcosa col rischio di far perdere di vista il quadro generale che racconta di un club con l'Europa nel dna più di chiunque altro. Feroce quando arriva il momento di azzannare la preda. Nella sua storia ha giocato 16 finali di Coppa dei Campioni/Champions League vincendone ben 13: un altro record. Solo il Benfica (1962), l'Inter (1964) e il Liverpool (1981) sono riusciti nell'impresa di alzare la coppa in faccia ai madridisti. Da 37 anni non accade più.

Z come Zidane (e quelli come lui)

Zinedine Zidane è diventato allenatore del Real Madrid il 4 gennaio 2016, prendendo il posto di Benitez cacciato per lo scarso rendimento e il feeling nullo con Ronaldo e le altre stelle dello spogliatoio. In 872 giorni ha vinto 3 Champions League, 2 Supercoppe europee, 2 Mondiali per club, una Liga e una Supercoppa spagnola. Fanno 9 titoli alzati in due anni e mezzo, uno ogni 96 giorni.

Merito suo? Certamente. Ma questo Real che ha scritto un'epoca difficilmente verrà ricordato come il Real di Zidane così come in passato sono stati ricordati il Milan di Sacchi, il Barcellona di Guardiola (e Messi) o l'Ajax del calcio totale. No. Zidane è certamente un fuoriclasse della panchina, ma è anche il simbolo di come il Real Madrid sia esso stesso superiore a tutto. 

Il presidente Perez è stato spesso criticato per i cambi in panchina; è stato lui a volere Zizou attaccandogli l'etichetta di predestinato. Scommessa rischiosa come tante, scommessa vinta. Come tante nella storia di un club cui la dimensione europea sembra quasi andare stretta. Gli altri spendono, il Real vince. Sempre.

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