Giovanni Capuano

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Aveva 28 anni, Luciano Re Cecconi. Una età con tanto calcio dietro alle spalle e molto futuro davanti. Faceva parte della Lazio dei sogni, quella capace di vincere il primo scudetto nel 1974 e di costruire una favola ancora oggi indimenticabile per i tifosi biancocelesti. Quella sera del 18 gennaio 1977 mise fine alla sua vita nel modo più assurdo possibile, scambiato per un rapinatore all'interno di una gioielleria di Roma e colpito al petto da un proiettile.

Morte impossibile da accettare, ammesso che ne esistano di accettabili. Re Cecconi era una delle anime della Lazio, centrocampista arrivato a Roma su volontà di Tommaso Maestrelli nel '72 e pezzo importante di uno spogliatoio passato alla storia per le divisioni in clan (si cambiavano in spogliatoi diversi) e per la grande personalità in campo. Un mix vincente.

Re Cecconi, leader silenzioso di uno spogliatoio irrequieto

Re Cecconi faceva parte dei clan contrario a quello di Chinaglia, Wilson e Pulici in quella Lazio, almeno secondo la ricostruzione di chi frequentava le stanze biancocelesti. Ma questo non lo rese meno amato e la sua morte, sulla quale molto si è scritto senza che tutti i punti oscuri fossero chiariti, colpì al cuore il mondo Lazio. C'è chi, come l'allora capitano Wilson, ricorda quei giorni descrivendoli come il momento in cui il destino aveva cominciato a riprendersi tutto.

Maestrelli era morto di tumore un mese e mezzo prima e la bella favola si stava spegnendo. Re Cecconi era reduce da un brutto infortunio che lo aveva tenuto lontano dai campi e stava facendo di tutto per rientrare. Era sereno, come lo hanno descritto i compagni di allora. Sereno e appagato, soprannominato 'il saggio' ma ammirato anche per il coraggio e la vigoria fisica che ne facevano un centrocampista moderno con mezzo secolo d'anticipo sui tempi.

Una morte assurda

La tragica morte di Re Cecconi rimane ancora oggi un giallo non del tutto risolto. Cadde per mano di Bruno Tabocchini, proprietario di una gioielleria nella zona Fleming di Roma in cui era entrato con il compagno di squadra Pietro Ghedin e un altro amico la sera del 18 gennaio 1977. Rapina simulata per scherzo? Tragico errore di chi sparò? Fatalità? Processato per eccesso colposo di legittima difesa, il gioielliere fu assolto ma questo non cancellò le discussioni.

Di certo il fatto avvenne nel cuore degli anni Settanta, periodo di sangue della storia d'Italia in cui le rapine per autofinanziamento di gruppi terroristici erano frequenti. Roma non la ha dimenticato, dedicandogli una strada al quartiere Tuscolano. Il figlio Stefano, che all'epoca della tragedia era piccolo e inconsapevole, ha scritto un libro per celebrare il padre. I compagni si riuniscono per celebrarne il ricordo che è anche il ricordo di una squadra e di un periodo che non c'è più. 

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