Via per razzismo? E il Giudice stanga il Casale

L'arbitro non aveva sentito gli insulti. La disparità di trattamento con il caso-Boateng

Boateng con la famosa maglia contro il razzismo dei giocatori del Milan (Credits: ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Giovanni Capuano

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Ibarbo non è Boateng e nemmeno Ribeiro. E il Casale non è il Milan anche se la vicenda della partita Berretti sospesa settimana scorsa per (presunti) insulti razzisti a un ragazzo di colore del Casale discende direttamente dal gesto di ribellione di Boateng a Busto Arsizio. Quello che cambia è il finale della storia. Boateng andrà all’Onu a parlare di discriminazione razziale mentre Ribeiro e la sua squadra sono stati stangati dal Giudice sportivo della Lega Pro per aver abbandonato il terreno di gioco.

Partita persa a tavolino per 3-0, penalizzazione di un punto in classifica e 500 euro di multa più ammonizione al dirigente che ha ritirato la squadra. L’arbitro non aveva sentito nulla e nulla aveva scritto sul referto. Dunque nessuno sconto: “Dagli atti ufficiali non è riconducibile alcun elemento che confermi la motivazione addotta della società Casale e per la decisione assunta di ritiro dal terreno di gioco”.

Regolamento alla mano non fa una grinza, anzi. Però qualche riflessione dovrebbe essere fatta con la premessa che l’inchiesta deve ancora chiarire se gli insulti da parte di un giocatore della Pro Patria ci siano stati o no. L’arbitro non ha sentito? Vero, ma anche chi dirigeva Pro Patria-Milan si era accorto di nulla e nemmeno sollecitato era intervenuto. E poi le regole sulla sospensione di una partita sono (dovrebbero essere) universali, dalla serie A all’ultima delle categoria.

Invece no. Per Boateng la scelta della Giustizia sportiva è stata differente e con toni molto alti. ”Gli essenziali valori che informano lo sport e la civile convivenza escludono che possa acquisire rilevanza disciplinare un gesto di solidarietà verso un uomo vittima di beceri insulti esclusivamente per il colore della sua pelle” aveva scritto il giudice Tosel archiviando la pratica di Pro Patria-Milan.

Sì, perché seppure solo simbolica perché si trattava di un’amichevole di inizio gennaio, la formazione rossonera che aveva abbandonato il campo seguendo Boateng e rifiutandosi di tornarci, avrebbe dovuto essere in qualche modo sanzionata. Va bene il gesto, ma le regole esistono per essere rispettate.

Anche per questo si era aperto un dibattito all’interno del mondo del calcio e molti, presidente della Figc Abete in testa, avevano sottolineato l’unicità del gesto di Boateng ribadendo come non si sarebbe potuto ripetere in occasione ufficiale malgrado i proclami da Berlusconi in giù.

Ma che esistesse una giustizia di serie A e una di serie B (o peggio) si era capito subito con la giornata a porte chiuse imposta alla Pro Patria al posto della solita multa. Quella riservata alle sorelle maggiori e alla Lazio tre giorni dopo la ‘fuga’ di Boateng. Multa, buffetto e via andare. In attesa del primo Casale da stangare.

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