La lezione di Nba e Villarreal, dove i razzisti vengono espulsi

Il tifoso bandito a vita e il proprietario dei Clippers emarginato dai suoi colleghi. Esempi da seguire mentre in Italia comandano gli ultras...

I giocatori che hanno aderito alla campagna antirazzismo – Credits: Ansa

Giovanni Capuano

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Stupenda la risposta di Dani Alves al gesto di un imbecille che lo ha omaggiato di banana in una delle domeniche più difficili della storia recente del Barcellona. Così bella dal punto di vista mediatico che subito ha fatto il giro del mondo e consentito a tanti, più o meno interessati, di impadronirsi del messaggio e di veicolarlo in modo che la Rete facesse il resto. L'idea che dietro ci fosse un'operazione di marketing studiata a tavolino getta giusto un'ombra che sarebbe stato meglio non ci fosse, ma il messaggio è comunque passato e ha ottenuto un effetto choc e positivo.

Bene, dunque. Anzi, benissimo e si spera presto nel bis a patto di non chiudere la cosa con una serie di autoscatti referenziali e celebrativi di se stessi e della propria apparente tolleranza. Il rischio è concreto, perché l’immagine di calciatori, politici, vip e mezzi tali ripresi con l’immancabile banana in bocca, sta oscurando il vero messaggio che il giocatore ha lanciato al mondo e che è arrivato, quasi per fortunata combinazione, nelle stesse ore in cui la Nba ha processato e messo a sua volta al bando David Sterling, padrone multimiliardario (e razzista) dei Clippers.

Oltre a sbucciare la banana e a mangiarsela in mondovisione, Dani Alves ha spiegato anche di essere in Spagna da undici anni e di essere stato spesso oggetto, lui e tutti gli altri, di comportamenti razzisti. Ha detto parole simili a quelle pronunciate da Yaya Touré qualche giorno fa parlando del difficil rapporto tra i giocatori di colore e la stampa britannica. Parole dure e non semplici da digerire per chi ha l’immagine pulita del mondo dei sogni, senza pressioni, tensioni e violenze verbali e fisiche.

Non è così. Spagna, Inghilterra (e anche Germania e la solita Francia dilaniata da decenni di conflitto tra bianchi e neri) non sono meno razziste di noi. C’è un’unica differenza che, però, è quella che scava il solco tra l’Italia e gli altri. A Vila-Real i dirigenti del club hanno identificato l’imbecille lanciatore di banana e lo hanno cortesemente messo alla porta. Persona non gradita. Per sempre. Altro che ricorsi e discussioni sulle norme. In Germania il Bayern Monaco ha appena depositato una citazione per danni verso i 4 tifosi (tra l’altro italiani) responsabili dello striscione omofobo contro l’Arsenal: 100mila euro il conto. Pagare senza troppe discussioni. Un po' il messaggio che il commissioner Nba ha recapitato a Sterling per le sue frasi contro i negri da "portare ovunque ma non alle partite". Parole carpite in un'intercettazione poco legale, ma nessuno si è posto il problema di discutere lo strumento tralasciando il contenuto.

Sempre in questi giorni, in Scozia sono stati gli ultras del Celtic a condannare via striscione l’idolo di casa che si era fatto beccare a fare cori razzisti in un pub. Da noi siamo ancora fermi ai distinguo e, se è vero che la discriminazione territoriale è una nostra prerogativa e che una normativa più equilibrata dovrà per forza essere scritta in estate, è incontestabile che le ambigiutà di presidenti e club siano maggiori delle prese di posizioni nette. Per intenderci, l’esempio della Juventus di riempire le curve con i bambini sfidando l’ira del mondo ultrà è rimasto sin qui senza seguito. E non si ha memoria di un’azione risarcitoria qualsiasi intentata contro chi procura danni per milioni di migliaia di euro a stagione.

Il razzismo degli altri, insomma, non è meno razzismo del nostro. Solo la risposta è diversa e più matura. Confine fin qui invalicabile a Italialand dove conviene più ragionare per spot e scattarsi un selfie che affrontare seriamente la questione. Nel calcio come in molti altri settori del Paese.

 
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