Calcio

Boss a bordo campo, curve divise per clan: il caso Napoli all'Antimafia

Continua l'inchiesta dell'Antimafia sui rapporti tra criminalità organizzata e club calcistici. Non solo la Juve nel mirino...

Napoli's Argentinian forward ezequiel La

Giovanni Capuano

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Curve divise per competenza territoriale e per controllo dei clan della camorra, rapporti stretti tra giocatori ed esponenti della malavita, un boss a bordocampo in più occasioni e il sospetto del "condizionamento da parte delle famiglie criminali sulle curve del San Paolo". L'Antimafia mette nel mirino anche il Napoli e il suo stadio nell'indagine sui rapporti tra club calcistici e organizzazioni criminali. Il filone che ha portato sotto i riflettori quanto accaduto allo Stadium con la Juventus in un crescendo di polemiche, accuse e smentite.

Lo spaccato che ne esce è quello di un calcio italiano che non riesce a tenere fuori gli indesiderati. I fatti si riferiscono al 2010, ma non c'è certezza che la situazione sia cambiata. Smentite frequentazioni dei vertici societari con i clan per tenere a bada la curva (l'accusa rivolta ad Agnelli e alla Juventus), smentita l'ipotesi di bagarinaggio facilitato dalla cessione consapevole di biglietti, ma resta la sensazione dell'incredibile potere di infiltrazione intorno al pallone.

Le curve del San Paolo e la presenza dei clan

A parlare  è Enrica Parascandalo, sostituto procuratore della Dda di Napoli: "E' un dato notorio la divisione delle curve" che rispecchia "una differenza di provenienza ed anche di gruppi camorristici. Sicuramente possiamo affermare che la curva B sia di appannaggio del clan Lo Russo mentre nella curva A hanno ingresso tifosi di una provenienza territoriale diversa, del centro di Napoli. E' notorio come Genny La Carogna provenisse da lì".

Controllo ma non condizionamento: "Non significa che le curve siano appannaggio dei clan o che i clan condizionino la gestione e la vendita dei biglietti" ha proseguito. Fatto riscontrato con anni di indagine.

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Il figlio del boss a bordocampo come giardiniere

C'è poi il caso di Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore e oggi collaboratore di giustizia. L'uomo fotografato a bordo campo durante Napoli-Parma del 10 aprile 2010 e meno di un mese dopo finito latitante. Come faceva a stare lì? Chi aveva avallato il suo ingresso così vicino ai giocatori? "Presenza tutt'altro che occasionale" ha spiegato il magistrato citando anche altre 4-5 partite prima del mandato d'arresto del maggio 2010.

"Lo Russo era presente con un pass con la qualifica di giardiniere e non era l'unico. Altri figuravano come fotografi. Siamo risaliti alla ditta che aveva l'appalto peril campo, il vivaio Marrone, e sono state svolte attività investigative" ha proseguito la pm Parascandalo: "Il titolare ha dichiarato di aver fatto un favore a un suo cliente".

Il ruolo del Napoli? Nessuno. Semplicemente prendeva atto dell'elenco dei nominativi segnalato dalle varie ditte e lo girava al Gos della Questura di Napoli per gli opportuni controlli. Nessun rapporto diretto, però il San Paolo era un colabrodo in cui era possibile che accadesse anche questo.

Lavezzi e lo striscione chiesto ai boss

In questo clima c'erano anche i rapporti di amicizia tra i giocatori e personaggi equivoci. Lo stesso Lo Russo aveva frequentazioni con il Pocho Lavezzi, presentatogli da un amico ristoratore "come capo ultras e non come capo clan". Amici tanto da seguirlo in trasferta e fornirgli schede telefoniche "dedicate" (i cosiddetti citofoni) per non rischiare interferenze.

A Lo Russo Lavezzi si rivolse per chiedere l'esposizione di due striscioni, uno per curva (evento non usuale vista la differente estrazione delle due parti della tifoseria) in suo sostegno per non dover lasciare Napoli. In cambio dovette dare la garanzia "che non sarebbe andato in squadre come Inter e Juventus ma solo all'estero in caso di trasferimento". Cosa che poi accadde con la cessione al Psg.

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