Calcio

Bellinazzo, l'uomo dei bilanci: "Debiti e futuro, i tifosi vogliono sapere tutto"

Anni fa pochi consideravano la solidità finanziaria dei club, oggi è tema di primo interesse: come spiega l'autore di "Goal economy"

Bellinazzo OK

Giovanni Capuano

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Bar dello Sport, periferia di Milano. Interno giorno. "Ma se vende lo svissero la fa la plusvalenza? No? E alura? Come lo paga il mutuo il Thohir?". Dialogo immaginario, ma non troppo, dell'estate del tifoso italiano stretto tra il ritorno alle grandi spese della sua squadra del cuore e il mal di testa per i conti del club che quasi sempre non tornano e che sono diventati tema di discussione. Ovunque. Anche nei peggiori bar della Penisola. La Goal Economy è entrata di diritto nel vocabolario della serie A. Una volta bastava che il pres di turno portasse a casa il bomber del momento sperando di non aver preso un bidone; adesso è tutto cambiato e dietro un giornale aperto sul bancone c'è un esercito di tifosi-commercialisti pronti a calcolare al momento costi, plusvalenze o minusvalenze, ammortamenti, piani di rientro e sostnibilità di ciascun colpo di mercato.

Un fenomeno moltiplicato in maniera geometrica su internet, tra blog e social network dove la discussione su calcio e finanza ha ormai soppiantato quella tattica. Non è sempre stato così e nessuno meglio di Marco Bellinazzo, giornalista del Sole 24 Ore e inventore del genere, lo può testimoniare. Il suo 'Goal Economy' (Baldini&Castoldi) ha bruciato la prima edizione in pochi giorni ed è in testa alle classifiche di vendita online. "Eppure quando dieci anni fa ho cominciato a parlare di questi temi a un pubblico più vasto di quello degli addetti ai lavori la gente non ne voleva sapere. Anzi..."

Anzi?

"Andavo in radio a parlarne e arrivavano mail di protesta perché dicevano che la cosa annoiava e non interessava nessuno. Era il 2007 e non c'era ancora il fair play finanziario dell'Uefa. La sensibilità sulle questioni economiche applicate al mondo del pallone era praticamente inesistente, roba da setta di pochi adepti"

Ora invece è diventata quasi una moda?

"Ora è straordinario che ci sia stato un cambiamento culturale così forte. Sta nascendo una nuova generazione di tifosi che ha sempre più uno sguardo sul calcio internazionale e che quindi confronta la sua squadra del cuore cobn modelli virtuosi. Non è solo un discorso di campo, il confronto avviene su tutto e riguarda l'intero modo di proporre e offrire calcio, dallo stadio al marketing".

Cosa che dovrebbe far scattare più di un campanello d'allarme nelle società italiane...

"Appunto. Il rischio ormai concreto è perdere il tifoso-cliente che è attratto da molte cose che vanno al di là della semplice convivenza territoriale con una squadra: social, eventi, immagini, brand, il processo di identificazione passa sempre più anche da questi aspetti e diventa quasi automatico identificarsi maggiormente con un Barcellona che con la squadra della propria città".

Qual è il peso di internet in questo processo?

"E' grandissimo. Tesi, interviste, blog di appfondimenti e analisi di professionisti che dedicano parte del loro tempo a spulciare i bilanci delle società a volte con un livello tecnico sin troppo alto per essere comprensibili alla grande platea che, infatti, ogni tanto fa confusione. Sono soprattutto i giovani ad avere interesse per questi temi, a scrivere, porsi domande e cercare le risposte".

E' il tifoso 2.0?

"E' di più. E' un tifoso che vorrebbe far parte della vita della sua società e che chiede la massima chiarezza al suo club perché misura anche in questo il gap che ci divide dall'estero"

Le società hanno compreso cosa sta accadendo o sono restie al cambiamento?

"Ci stanno arrivando lentamente e non ne hanno ancora una piena percezione. Serve chiarezza nella comunicazione perchè un tifoso può anche capire l'impossibilità a chiudere un'operazione di mercato troppo costosa, però pretende che non ci siano zone d'ombra e, ad esempio, chiede che lo stesso rigore e le stesse regole siano imposte a tutti con controlli stringenti".

Una volta si litigava per il talento brasiliano. E' la fine della passione se ci si limita ai freddi numeri del bilancio?

"No, perchè il calcio è una questione di cuore e anche la cosa più fredda e oggettiva che possa esserci, come un bilancio di una società, riesce a diventare terreno di scontro e polemica. Guai a scrivere che la società 'X' opera ai limiti della sostenibilità economica o che 'Y' ha troppi debiti. Il tifoso immagina sempre chissà quale interesse o dietrologia anche nell'analisi di numeri che, invece, sono semplicemente la fotografia della vita di un club calcistico".

E arrivano gli insulti...

"Può sembrare incredibile, ma è così. Ci si accapiglia anche per il dato delle plusvalenze. Serve mantenere il massimo della freddezza e della professionalità, studiare, avere argomentazioni serie e ricordare a tutti, tifosi-lettori soprattutto, che spesso scriviamo di società quotate in Borsa e che, dunque, non solo non abbiamo alcun interesse, ma nemmeno possiamo mettere in circolo informazioni false e tendenzione".

Il futuro a cosa porta?

"A tifosi sempre più attivi e partecipi della vita delle proprie società. In realtà piccole sta già accadendo e il messaggio è diverso da quello che si immagina: il tifoso non vuole avere un ruolo attivo per essere sicuro di vincere, ma perché vuole garantirsi che la gestione del club sia sostenibile. La parola chiave è equilibrio: prima i valori, economici e di legame con il territorio, poi l'aspetto sportivo. Sembra incredibile, ma è così. In dieci anni di strada ne è stata fatta molta e se il calcio italiano migliorerà lo dovrà anche a questo percorso di crescita culturale".

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