Calcio

LegaPro e scommesse: perché si è arrivati al declino

Bilanci in rosso, riforme mancate, infiltrazioni della criminalità organizzata: ecco perché la ex serie C è sprofondata nel coma tra frodi e truffe

Savoia-calcio

Un momento dell'allenamento sostenuto da tecnico, staff e giocatori del Savoia (girone C del campionato di Lega Pro) nel piazzale antistante lo stadio Giraud di Torre Annunziata (Napoli). Una forma di protesta per le difficoltà economiche della società - 15 Aprile 2015 – Credits: ANSA / CIRO FUSCO

Non è un fulmine a ciel sereno quello che ha colpito questa mattina all’alba il campionato di LegaPro, ex serie C, minandone credibilità, classifiche e governance. Perché lo scandalo di oggi ha radici profonde.

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Da anni, quasi ostinatamente insensibile ai tentativi di riforma che si sono succeduti, la terza serie del calcio italiano, quella che dovrebbe esaltare i vivai, il tifo sano, il rapporto con i territorio, il business sostenibile, è diventata una terra di nessuno. Dove tra stadi vuoti, bilanci in rosso e cronica assenza di fondi, sopravvivere un altro anno, o un altro mese, è spesso l’unico orizzonte possibile per le società. Condizioni che favoriscono, come sottolineato più volte dagli addetti ai lavori e confermato dall’inchiesta di oggi, la possibilità di influenza indebita o di infiltrazione al loro interno della criminalità organizzata.

I numeri

Per comprendere il delirio finanziario in cui versa la categoria sono sufficienti alcuni numeri. Nessuno è in grado di stimare con attenzione a quanto ammonti il passivo totale di esercizio, ma le stime più recenti e attendibili indicano una forbice compresa tra i 60 e i 70 milioni di euro annui: in media un milione o poco più per ogni squadra iscritta. Poco, certo, se paragonato al rosso di alcuni club di serie A: moltissimo se si considera che la maggior parte delle squadre di LegaPro esibisce budget intorno ai 3-3,5 milioni e gli stipendi incidono in media per il 78 per cento sul fatturato, in linea con quanto succede due gradini più su.

Peccato che a queste latitudini, però, gli incassi al botteghino valgano poche migliaia di euro a domenica, per non parlare della vendita dei diritti tv, poverissimi e distribuiti in maniera non sempre razionale. Non che sia colpa loro: più o meno arriva nelle casse delle squadre l’1% dei diritti tv complessivi, contro il 3% di "mutualità assistita" previsto dalla legge Melandri del 2006. Un tarlo, uno dei tanti che minano la tranquillità dei presidenti e saltano fuori a ogni assemblea di lega.

Come rimediare? C’è chi ogni anno mette mano al portafoglio e chi cerca, tra mille difficoltà, di portare avanti un modello di gestione virtuosa, valorizzando i giovani e il legame con tifosi e territorio (è il caso del Sudtirol strutturato sull’azionariato diffuso stile Barcellona e Real), ma le realtà di questo tipo sono sempre meno.

E per capirlo basta sfoggiare un altro numero: a oggi oltre un quarto delle squadre iscritte ai campionati di terza serie - per l’esattezza 16 su 60 - hanno collezionato ritardi gravi, inadempienze e mancate risposte nel versamento degli stipendi, dei contributi previdenziali e delle tasse. Risultato: una cinquantina di punti di penalizzazione, record persino per una categoria che non è mai stata avara di sanzioni amministrative, e una classifica stravolta dagli organi di vigilanza. E il rischio concreto di vedere molti club sparire dall’orizzonte quest’estate, terminati i campionati e passata la scadenza fiscale più pericolosa, quella dei conti semestrali.

La caduta nell'oblio

Già, perché per un Parma a rischio fallimento in serie A, che riesce a mobilitare risorse e interesse, ci sono decine di compagini, anche dotate di una storia importante, che ogni estate vengono cancellate dal calcio professionistico nell’oblio generale. Lo scorso anno è toccato al Padova, che non ha neanche fatto in tempo a iscriversi al campionato, alla fine di questa stagione potrebbe toccare ad altre nobili decadute come il Monza, la Reggina, o il Savoia di Torre Annunziata, i cui calciatori non vedono lo stipendio da settembre, e diverse altre ancora. Nel girone C c’è anche il caso limite del Barletta, autogestito da calciatori e ultrà, con uno dei capi della curva incaricato dai liquidatori del tribunale di cercare una nuova proprietà.
Nel 2012, per dare un’idea della gravità del fenomeno, è fallito in condizioni poco chiare persino il Pergocrema, ex squadra del presidente della LegaPro Mario Macalli.

I crac

Ma i numeri complessivi sono ancora più impietosi. Secondo la Federcalcio, dal 1985 a oggi sono sparite 162 squadre professionistiche: una in A, 8 in B e 153 in C. Di queste, oltre due terzi (107) hanno fatto crac tra il 2000 e il 2015, proprio mentre la terza serie passava attraverso due ambiziosi processi di riforma che avrebbero dovuto rilanciarla.

Prima il passaggio da 108 a 90 squadre, poi il cambio di denominazione e l’ulteriore riduzione a 60 con un campionato-cuscinetto, il 2012/2013, vissuto senza ansia di retrocessioni e dunque in teoria perfetto per risanare i bilanci senza investimenti folli, infine la ricerca di un title partner, per ora infruttuosa, e la scelta di trasmettere in streaming gratuito tutte le partite del campionato per raccogliere in proprio qualche inserzionista. Sono arrivate soltanto le briciole e ora si discute di un’ulteriore riduzione da 60 a 40 team professionistici. Chissà se basterà per risollevare le sorti della ex, gloriosa, serie C.

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