La Corea del Nord affila le armi

Il satellite lanciato nella notte da Pyongyang è un test militare, molto pericoloso

– Credits: Ap/Lapresse

Gianandrea Gaiani

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Pyongyang si fa beffe del mondo e lancia, per la prima volta con successo, il suo primo missile balistico intercontinentale. Un vettore denominato Unha 3 (via Lattea) nella versione impiegata per mettere in orbita satelliti ma uguale alla versione a tre stadi del Taepodong 2, un missile concepito per portare testate atomiche a oltre 10 mila chilometri di distanza tenendo quindi sotto tiro tutta l’Asia, la Russia, gli Stati Uniti e persino l’Europa attraverso la rotta polare.

Ieri la Corea del Nord aveva annunciato un rinvio del lancio, previsto inizialmente entro il 22 dicembre e poi posticipato “entro il 29” ma si trattava di un tentativo di mascherare l’imminenza del lancio avvenuto alle 9,49 di oggi (ora coreana) dal poligono di Dongchang-ri a pochi chilometri dal confine cinese. Il volo del missile è stato seguito dai radar della difesa aerea sudcoreana, giapponese e dal comando statuntense Norad (North Armerican Aerispace Defence Command) :

Il primo stadio è caduto nel Mar Giallo poi il missile ha sorvolato le acque giapponesi di Okinawa dove erano stati approntate batterie di missili anti-missile Patriot, quindi il secondo stadio si è staccato precipitando nel Mare delle Filippine e infine il missile ha messo in orbita il satellite da ossservazione Kwangmyongsong-3 (''stella splendente').

Un lancio analogo era fallito nell’aprile scorso ma i fallimenti nella test di missili balistici a tre stadi sono stati finora 5 da quando la Corea del Nord è divenuta potenza nucleare con i test atomici del 2006 e 209. Comprensibili quindi le reazioni internazionali.

Per la NATO il lancio è una “provocazione”, la Cina si limita a “esprimere rammarico”, Mosca "profonda preoccupazione", l’Unione Europea minaccia ulteriori sanzioni mentre il  segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha parlato di "aperta violazione" di una risoluzione del Palazzo di Vetro e, su richiesta del Giappone, il Consiglio di Sicurezza si riunirà d'urgenza nelle prossime ore.

I motivi di allarme non mancano poiché con il lancio di oggi Pyongyang entra a tutti gli effetti nel ristretto club di Paesi in grado di colpire quasi ovunque nel mondo con armi nucleari. Un successo tecnico raggiunto grazie al supporto di scienziati stranieri che hanno risolto i problemi di spinta dei motori e di distacco dei tre stadi che avevano minato finora il programma UNha-3/Taepodong 2. Negli ultimi tempi Seul ha accusato l’Iran di aver contribuito al programma missilistico nordcoreano ma Teheran nega e del resto sono stati gli iraniani a sviluppare i loro missili balistici a medio raggio Shabhab dai Nodong coreani, non il contrario. Più probabile invece l’intervento di tecnici ucraini un tempo impiegati nei programmi missilistici sovietici. L'anno scorso due agenti nordcoreani sono stati arrestati in Ucraina e condannati a otto anni di prigione per aver tentato di portare a Pyongyang documenti segreti relativi a sistemi di alimentazione, propellente e design di missili balistici.

Armi a così lungo raggio preoccupano la comunità internazionale più che i sudcoreani che già da anni convivono con un vicino che dispone di oltre un milione di militari con 5 mila carri armati, altrettanti cannoni e 400 aerei. Tutti ferrivecchi residuati della guerra fredda per i quali la Corea del Nord non disporrebbe neppure del carburante per farli muovere. Tuttavia gli arsenali di Pyongyang risultano temibili soprattutto per la capacità delle centinaia di missili balistici a corto e medio raggio derivati dagli Scud armati con testate esplosive e chimiche. La capitale sudcoreana, situata a poche decine di chilometri dal confine è sotto il tiro persino dei lanciarazzi e dell’artiglieria pesante nordcoreana che dispone di batterie posizionate all’interno di caverne, al riparo dai raids aerei.

Una minaccia che Pyongyang può utilizzare per ottenere aiuti per la sua disastrata economia ma che a Seul prendono sul serio come dimostra l’interesse per l’acquisto di alcune batterie del sistema di difesa anti-razzo israeliano Iron Dome testato con successo nella campagna militare di Gaza del mese scorso.

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