Corea del Nord: domande e risposte sulla crisi dei missili

Faq sui rischi di escalation nucleare provocata dall'ultimo bastione stalinista della terra

Corea del Nord

Una donna nordcoreana pulisce i maxi ritratti dei due leader defunti, Kim Jong Il e Kim Il Sung, in un ufficio di Pyongyang.

Luciano Tirinnanzi

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Sale l’allerta in Corea. Presto lo stato delle cose potrebbe cambiare. Pyongyang non ha più alleati e l’attenzione si sposta su Cina, Russia e Stati Uniti. Chi risponderà alle provocazioni?
La maggior parte degli analisti indicano nel periodo compreso tra oggi e il 15 aprile prossimo - giorni in cui cadono sia il termine per evacuare le ambasciate straniere da Pyongyang sia i festeggiamenti per il compleanno di Kim Il Sung, “Eterno Presidente” della Corea del Nord - la deadline entro la quale si concretizzeranno le minacce ventilate settimane fa da parte di Kim Jong Un, nipote dello storico Presidente e giovane comandante in capo della Corea e delle sue forze armate. Eppure, nonostante la comunità internazionale si ritenga minacciata da tale ultimatum, la prima vittima di queste intimidazioni è lo stesso Kim.

Per il semplice motivo che sarà questa situazione a svelare una volta per tutte se quello del leader nordcoreano è o meno un bluff e chiarire finalmente quali sono le reali intenzioni della Corea del Nord. Ad esempio, in caso di mancata evacuazione degli staff internazionali dalle ambasciate (al momento, non si hanno notizie di alcun movimento in tal senso), Kim Jong Un dovrà offrire al mondo, se non vuole sprofondare nel ridicolo, una risposta plausibile al perché non ha dato seguito alle provocazioni e digerire l’affronto di chi, non credendogli, non ha abbandonato le sedi diplomatiche, con ciò sconfessandolo e minando la sua autorità. A cominciare dalla Russia, che ha già annunciato di non avere alcuna intenzione di lasciare Pyongyang.

Da non sottovalutare sono, inoltre, le parole pronunciate in questo contesto dal presidente cinese, Xi Jinping, il quale asserisce che “a nessun Paese dovrebbe essere consentito di gettare una regione e il mondo intero nel caos per la propria sete di guadagno”. Parole che suonano inusuali per la paziente Cina e che corrispondono alla più forte dichiarazione mai pronunciata da un leader cinese nei confronti di un alleato, sintomo di una crescente insofferenza al di là del fiume Yalu.

Chi comanda in Corea del Nord?
Ora, per decodificare le prossime mosse coreane, resta solo da capire chi realmente comanda a nord del 38esimo parallelo: fonti attendibili dell’intelligence europea asseriscono che la Corea del Nord oggi è impenetrabile ai servizi segreti stranieri così come lo era l’Albania di Enver Hoxha (il dittatore che governò il Paese dalla Seconda guerra mondiale fino alla morte, nel 1985). E, in effetti, per quante ipotesi fantasiose si possano fare sulla Corea del Nord, a nessuno - nemmeno ai cinesi - è dato realmente sapere chi e quanti comandano concretamente l’esercito, quale sia con precisione la struttura gerarchica interna e se esista o meno un’intelligence strutturata all’interno e all’esterno dei confini nordcoreani.

Chi attaccherà per primo?
Fatti due conti, in base alle informazioni a nostra disposizione, se dovessimo scommettere su un finale a sorpresa, potremmo con ragionevole certezza affermare quanto segue. Primo: se la Corea dovesse attaccare davvero, punterebbe dritto alla Corea del Sud. Secondo: al primo starnuto di Pyongyang, dai sottomarini statunitensi partirebbe una salva di missili Cruise sulle installazioni militari e i centri di comando e controllo coreani.

Nonostante gli americani restino in prima linea e siano tendenzialmente abituati a trattare i dittatori pressoché alla stessa stregua, secondo il protocollo standard “eliminiamolo e basta”, lo Stato che forse si arrischierebbe a tentare di detronizzare Kim jong Un potrebbero però non essere poi gli Stati Uniti. E nemmeno il Giappone, sebbene gli abitanti di Tokyo si siano svegliati un po’ nervosi già ieri mattina, alla vista delle batterie di missili Patriot installate davanti alla sede del ministero della Difesa, nel quartier generale di Ichigaya, in pieno centro città. I giapponesi, che definiscono abitualmente i coreani “mangiatori d’aglio”, sarebbero certo lieti di chiudere i conti con la loro ex colonia ma difficilmente ingaggerebbero per primi una guerra che ha più incognite di quante non se ne avesse nel dicembre del 1941 l’attacco a Pearl Harbour.

Cina e Russia in prima fila
Restano due possibilità: la prima è ovviamente che intervenga direttamente la Cina, la quale ha già mobilitato truppe al confine e che, pur non volendo, nell’eventuale degenerare della crisi sarà costretta ad agire: non solo per impedire che una scheggia impazzita e incontrollabile come la Corea del Nord sovverta l’ordine politico-economico della regione (così a lungo cercato e faticosamente raggiunto), ma anche per evitare che il suo eventuale collasso comporti l’allargamento nell’area della sfera d’influenza americana e russa, da cui Pechino ha solo da perdere.

Chi altri ha interessi in quell’area?
La Russia stessa, che non solo confina con la Corea del Nord ma che, oltre al fatto di conoscere meglio di chiunque altro gli armamenti di Pyongyang, non si può certo definire come una nazione inesperta e impreparata alla guerra. Inoltre, nel caso di un eventuale smembramento del Paese, la Russia acquisirebbe uno straordinario potere negoziale, sia nei confronti degli Stati Uniti che della Cina.

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