Calcio

"la Pallonata": l'ultimo stadio di Tavecchio

Cosa succede se il presidente della Figc ci ripensa e dice che gli impianti nuovi e di proprietà non servono?

Calcio: arbitri, pronte 6000 bombolette spray per barriera

Giovanni Capuano

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Può darsi che aver dato corso alla prima lenzuolata di riforme gli abbia provocato un certo senso d’ebbrezza, ma nel Carlo Tavecchio che poche ore più tardi ha spiegato al Messaggero di “non credere in stadi autosufficienti” e che la strada non sono impianti nuovi e di proprietà, bensì la ristrutturazione di “quelli che già ci sono”, abbiamo ritrovato d’incanto il caro vecchio Carle’. Quello un po’ Opti e molto Pobà, per intenderci, capace di pensare una cosa e dirne cento senza fermarsi un attimo prima a ragionare sull’effetto che fa.

Nella migliore delle ipotesi Tavecchio non sapeva di cosa parlava o si è incespicato, come quando ha chiamato Venezuela la Costarica perché “confuso” da un amico venezuelano che gliene ha parlato per cinque giorni finché gli è “rimasto in testa”. Nella peggiore, invece, il presidente ci ha ripensato, rimangiandosi quanto vergato di suo pugno nel mitologico programma elettorale in nome del quale i club lo hanno votato passando sopra anche alla questione delle banane.

Scriveva Tavecchio di aver guardato “con orgoglio” alla finale di Europa League nel “magnifico” Juventus Stadium, “dimostrazione di quanto possa essere importante un impianto moderno” per il futuro delle società italiane. Bacchettava il Governo, chiedendo provvedimenti urgenti “per stimolare gli investimenti privati” consapevole dell’inesistenza di soldi pubblici. Ci ha ripensato o, forse, il diavoletto ci ha messo la coda. Quello di agosto era Opti, mentre il Tavecchio che ha parlato al Messaggero si è trasformato in Pobà. Se all’estero qualcuno ha letto l’intervista si sarà messo a ridere, pensando – ad esempio – alle prodezze di Italia '90 e alle crepe di certi nostri stadi. A noi purtroppo non resta che piangere.

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