La Juve è un marchio da sfruttare online

Assia Grazioli-Venier: italiana di nome  e di nascita, americana di adozione, la giovane manager digitale  è il volto nuovo  (e meno conosciuto) nel consiglio di amministrazione  dei campioni d’Italia

Assia Grazioli-Venier, membro del cda della Juventus – Credits: Uff. Stampa Juventus

Quarantotto ore prima della vittoria dello scudetto numero 29 (il trentunesimo per i tifosi) allo Juventus Stadium già si preparava la festa. A osservare le operazioni, seduta nella Sala Agnelli, fra i ritratti dei fratelli Gianni e Umberto, c’era anche Assia Grazioli-Venier, una delle due donne entrate da qualche mese in un cda, quello della squadra campione d’Italia, pieno di nomi noti, come l’ex bandiera juventina Pavel Nedved e l’ex presidente Rai Paolo Garimberti (l’altra è l’avvocato Giulia Bongiorno).

Bionda, dinamica, internazionale e sorprendentemente giovane per gli standard italiani, (ha solo 32 anni), Grazioli-Venier è una businesswoman digitale che vive tra Londra, Stoccolma e Los Angeles e siede nel comitato esecutivo del Music managers forum, principale associazione dei manager musicali del mondo.

Cosa ci fa una manager digitale nel cda della Juventus?
Ho lavorato alcuni anni con Andrea Agnelli, come advisor degli investimenti digitali di Lamse, la sua holding. Sulla base di un consolidato rapporto professionale, a settembre, mi ha chiamato nel board della squadra.
Quale sarà il suo contributo?
Mi occupo di far guadagnare i brand, nell’ambito dell’entertainment (moda, sport, musica), attraverso internet. La Juve va considerata allo stesso modo: un marchio di intrattenimento. Tutto ciò che sta intorno alla squadra ha un altissimo potenziale. Il mio contributo è legato allo sviluppo digitale e mediale: dal sito ai social network, fino alla ricerca di nuovi sponsor e investimenti.
Ha trentadue anni, pochi (in Italia) per dare consigli: come si è formata questa credibilità?
Sono sempre stata una «maniaca tecnologica». Ho iniziato a lavorare nel settore dieci anni fa, a Londra. A 23 anni ideavo video per i primissimi smart phone e sviluppavo contenuti on line per alcuni marchi, come Converse, Heineken e T Mobile. Nel 2006 mi ha assunto la casa discografica Ministry of Sound: l’amministratore delegato mi ha affidato lo sviluppo di radio, sito e tv, tutto digitale. Era rimasto colpito dalla mia insistenza affichè la musica, per raggiungere i giovani, si spostasse velocemente su internet.
È a capo di una società, Flypaper, che promuove sulla rete musicisti tra cui i Radiohead e fa consulenza a Spotify e Youtube: il segreto?
Ero in quel mercato mentre nasceva. Nel 2006, quando è nato Youtube, quello del Ministry of Sound era il primo canale musicale on line. Abbiamo subito collaborato, convinti che il futuro della musica fosse lo streaming.  
Crede che Spotify, la più importante piattaforma per ascoltare canzoni on line, cancellerà iTunes?
No, significa che sta finendo l’era del download a pagamento: anche iTunes cambierà. Archiviato il cd, sta tramontando anche il periodo del «file», a favore del «flusso»: accessibile sempre.
Nata a Roma e cresciuta tra New York, Boston e Londra, cosa sapeva della Juventus?
Nemmeno Andrea Agnelli, quando mi ha coinvolto, sapeva che sono sempre stata juventina, come mio nonno, mio padre e mio fratello. In casa nostra, la partita della Juve era la sola deroga per poter cenare tutti davanti alla tv: il menu era a base di grissini, maionese e bresaola. Libertà.
È cresciuta in un contesto familiare fortunato ed è una bella donna: quanto le due cose hanno influito sulla carriera?
Sono stata fortunata a formarmi negli Stati Uniti. La cultura americana, ancor più di quella inglese, è profondamente meritocratica. Solo in Italia vengono in mente domande di questo tipo perché qui il problema esiste davvero. Essere cresciuta in scuole anglosassoni è stato un vantaggio anche per un altro aspetto cruciale della mia maturazione...
Quale?  
Sono dislessica: in poche parole, non ragiono secondo gli schemi canonici. Mia mamma, per fortuna, se ne è accorta quando vivevo già a New York. Là non era e non è un problema, ma una caratteristica: come essere alto, basso o biondo... Penso che in realtà abbia rappresentato la marcia in più che ha fatto sviluppare il mio lato imprenditoriale.

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