Calcio

Johan Cruyff: il "profeta del gol"... e delle libere idee

Perfetto interprete del "calcio totale", il fuoriclasse olandese oggi scomparso non amava imposizioni nemmeno fuori dal campo

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Paolo Corio

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"Il profeta del gol": ad affibbiare quel soprannome a Johan Cruyff, scomparso a 68 anni per un tumore ai polmoni, fu curiosamente il film-documentario del 1976 (il primo del genere realizzato in Italia) di un altro accanito fumatore e grande giornalista come Sandro Ciotti. In precedenza Gianni Brera l'aveva definito "Il Pelè bianco", mentre i tifosi del Barcellona (dopo un incredibile gol in rovesciata di tacco all'Atletico Madrid) dal dicembre 1973 presero a chiamarlo con non grandissima fantasia "l'Olandese volante".

Il successo di quel docu-film finì comunque per far valere l'immagine del "profeta" su qualsiasi altra qualità calcistica di Cruyff, anche se profetico fu soprattutto Vic Buckingham, allenatore delle giovanili dell'Ajax Amsterdam, che quando si vide davanti quell'esile ragazzino di dieci anni di cui già parlava buona parte della città, decise di farlo allenare con un po' di zavorre infilate nella tuta per renderlo - se non più forte - meno vulnerabile ai trattamenti speciali dei difensori cui era inevitabilmente destinato.


Muscolo dopo muscolo, gol dopo gol, il bambino prodigio divenne così presto un ragazzino prodigio e quindi il prodigioso giocatore che, oltre a vincere due volte il Pallone d'Oro con i "Lancieri" (nel 1971 e nel 1973, più un terzo nel 1974 con il Barcellona), li condusse anche a conquistare - oltre a 8 titoli nazionali - ben tre Coppe dei Campioni (1971, 1972, 1973) e una Coppa Intercontinentale. Oltre alla prima Supercoppa Uefa della storia (1973), in cui l'Ajax perse l'andata a San Siro contro il Milan per 1-0, rifilando però poi nel ritorno ad Amsterdam un 6-0 che i tifosi rossoneri dai cinquant'anni in su ancora ricordano, consolandosi parzialmente col fatto che nel 1969 un ventiduenne Cruyff e compagni erano stati sconfitti per 4-1 dalla squadra di Rocco in finale di Coppa dei Campioni.

Sul fronte Inter, invece, è ancora ben vivo il ricordo di come "Il profeta del gol" fece impazzire il giovane Oriali e realizzò la doppietta che nel 1972 stese i nerazzurri per regalare la seconda Coppa "dalle grandi orecchie" all'Ajax, seguita poi dalla terza a spese della Juventus, con rete di Rep ma con Johan Cruyff a illuminare come sempre il gioco degli olandesi.

Ebreo no, ma ribelle sì
Un legame, quello tra Cruyff e l'Ajax, che fece anche nascere una leggenda nella leggenda: quella che Johan fosse di origine ebraica, perché nato ad Amsterdam e cresciuto in quella che dal dopoguerra venne chiamata "la squadra del Ghetto". Una cosa invece fu subito incontestabile: quel ragazzo - al di là dei capelli lunghi in puro stile fine anni Sessanta e inizio Settanta - era un ribelle nato, dentro e fuori il campo.

Johan Cruyff: una carriera per immagini


"Dentro" perché - a dispetto dei piedi piatti e di una caviglia deforme che gli valsero l'esonero dal servizio militare - era destinato a rivoluzionare il calcio mondiale grazie anche al magico incontro con Rinus Michels, a sua volta "profeta" del calcio totale in qualità di allenatore dell'Ajax e della magica Olanda dei Mondiali 1974, quella beffata solo in finale per 2-1 dall'allora Germania Occidentale padrona di casa. "Fuori", invece, perché il rifiuto di andare al Real Madrid e puntare deciso alla maglia del Barcellona (al punto da minacciare un ritiro dal calcio se l'Ajax non si accordasse con i blaugrana) fu frutto non solo di una passione per la Catalogna che si sarebbe poi trasformata in vero amore, ma anche di un netto sentimento anti-franchista, naturale conseguenza di una predisposizione al libero pensiero di Johan tanto con la palla tra i piedi quanto nella vita sociale.

Sentirsi "catalano" era per Cruyff un modo di essere, corroborato dai successi che seppe regalare al Barcellona dapprima come giocatore (riportando nel 1974 un titolo che mancava da 14 anni) e quindi da allenatore (regalando nel 1992 la prima Coppa dei Campioni della storia del club blaugrana a spese della Sampdoria di Mancini e Vialli).

Il "giallo" dei Mondiali di Argentina 1978
Le idee politiche di Cruyff furono poi alla base del grande "giallo" della sua carriera in arancione: quello della mancata partecipazione ai Mondiali del 1978 in Argentina, Paese allora in mano a una feroce dittatura. Dopo aver guidato l'Olanda per tutte le qualificazioni alla manifestazione, il n°14 dell'Olanda annunciò il suo ritiro dalla Nazionale proprio a pochi mesi del torneo: la versione ufficiale dell'epoca fu quella di un'assenza di motivazioni per dissidi interni alla squadra, ma in successive interviste Cruyff fece diverse volte riferimento al sequestro-lampo subìto da lui e dai suoi familiari alla fine del 1977 facendo velatamente intendere che a quell'episodio già noto fossero da aggiungere concretissime minacce alla vita dei suoi figli (tre, l'ultimo dei quali registrato come Jordi in Olanda, perché in Spagna il franchismo impediva di dare nomi catalani) nel caso non avesse dato forfait.

Il suo peggiore avversario
Da una sola cosa il "profeta" non fu però capace di essere libero, se non dopo ripetuti bypass: il fumo, che in seguito decise però di combattere come testimonial con lo slogan "Nella mia vita ho avuto solo due vizi: uno, il calcio, mi ha dato tutto; l'altro, il fumo, stava per togliermelo". Il fatto che sia morto a 68 anni nella sua adorata Barcellona per un tumore ai polmoni fa pensare che alla fine il suo peggiore avversario l'abbia comunque avuta vinta, ma nulla e nessuno potrà mai cancellare il nome del fuoriclasse olandese dalla storia del calcio. E l'anima di Cruyff (traslitterazione internazionale dell'olandese Cruijff) ha anche un posto in più dove volare: il planetoide 14282, ribattezzato Cruijff proprio in suo onore.

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