Calcio

Inzaghi, esonero senza accordo con il Milan: fine della storia

L'addio annunciato con un comunicato di 20 parole. Il club voleva la rescissione, Pippo ha preferito il licenziamento

Inzaghi Ansa

Giovanni Capuano

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Ci ha messo 16 giorni il Milan per partorire l'esonero di Pippo Inzaghi. Giorni tormentati cercando una soluzione diversa che escludesse la parola licenziamento. Un po' per risparmiare qualcosa sui circa 900mila euro di ingaggio netti di Pippo, molto per una questione di forma. Alla fine il dado è stato tratto e il comunicato con cui il club ha ufficializzato l'addio all'ex bandiera è quanto di più freddo e impersonale si potesse immaginare. Per i puristi dei numeri, Inzaghi è stato liquidato in 20 parole e 123 battute (spazi compresi). Quasi una lettera per ciascuno dei 126 gol segnati in rossonero che erano stati la sua porta d'accesso alla panchina rossonera dopo la bufera Seedorf. Stagione nata benino, poi ripiegata, quindi di nuovo promettente e, infine, disastrosa con eccezione dello scatto di reni conclusivo. Che Inzaghi non potesse restare allenatore del Milan della rinascita era evidente. Che la forma utilizzata dal club non sia stata il massimo, pure: sostituti contattati già ad aprile, corteggiamenti e viaggi sbandierati ai quattro venti.

Forse anche per questo Inzaghi non ha accettato di chiudere il suo rapporto con il Milan con un accordo consensuale. Il testo del comunicato dice tutto: gelo. Super Pippo si aggiunge alla lista delle tante bandiere bruciate negli ultimi anni. In parte è colpa sua, un po' della situazione impossibile in cui si è trovato a muovere i primi passi da tecnico. E' stato aziendalista per un anno, ha difeso a volte l'indifendibile, non si è mai messo in contrapposizione con Berlusconi e qualche volta è parso sin troppo dimesso per il ruolo che occupava. Solo dopo la sciagurata trasferta di Udine si è avuta notizia di un suo sfogo. Difficile pensare che si rassegni a restare fermo per una stagione. A differenza di tanti colleghi ha sempre detto (e dimostrato) di avere il fuoco dentro e di sentirsi allenatore nel senso pieno del termine. Di sicuro non ha lesinato impegno e determinazioni, qualità non sufficienti per guidare una grande o presunta tale. Nelle ultime settimane era rimasto solo a giurare di credere ancora in una seconda chance: "Sono cresciuto, ho capito molto di più sulla rosa, sull'ambiente e sulle mille sfaccettature che all'inizio non potevo sapere". Berlusconi lo ha accompagnato con convinzione fino a metà inverno, poi si è defilato. Alla fine ha detto: "Pippo ha un bellissimo rapporto con il gruppo. Naturalmente abbiamo avuto visioni diverse in tante occasioni e quello del suo futuro è un discorso che faremo al momento opportuno". Era il 18 maggio. 29 giorni serviti a scrivere le 20 parole dell'addio e della fine di una storia d'amore.

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