Calcio

Inter, come fallire una stagione normale (e qualche domanda su Marotta)

Fuori anche dall'Europa, dilaniata da liti interne e a rischio Champions: l'arrivo del super manager in corsa è stato davvero un bene?

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Giovanni Capuano

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Dopo la Champions League e la Coppa Italia, l'Inter ha visto chiudersi anche la strada dell'Europa League contro un avversario forte ma che non doveva rappresentare un ostacolo insormontabile per i nerazzurri. La stagione si può già considerare un fallimento che rischia di scivolare nella tragedia (sportiva) dovesse essere mancato l'aggancio a una posizione Champions League per il prossimo anno.

La notte di San Siro è stata la sintesi degli ultimi mesi nerazzurri: mediocrità, alibi a tonnellate, la sensazione di un ambiente che si è rassegnato a far scivolare nell'anonimato un'annata che nei progetti e negli investimenti doveva essere quella del consolidamento. L'Inter non era l'anti Juventus che tanti vaticinavano in estate, anche per cercare di tenere vivo un prodotto come il campionato italiano destinato a rapido esaurimento di motivazioni, ma non può nemmeno essere quella cosa priva di consistenza che da gennaio in poi si è dissolta alla velocità della luce.

Mettere in fila i colpevoli di questa situazione è impossibile e anche inutile, visto che da qui alla fine di maggio società, squadra e tifosi hanno il dovere di assestarsi sulla linea del Piave della conferma almeno del quarto posto che vale la Champions prossima con il suo assegno da almeno 50 milioni di euro.

Restare fuori sarebbe il delitto perfetto, un suicidio sportivo in piena regola mai visto nella storia recente del calcio italiano. Tra liti di spogliatoio, uomini impegnati a tutelare se stessi, conduzione del gruppo schizofrenica e scelte avventate, il 2019 nerazzurro ha regalato tutto il repertorio di come sia possibile spararsi nei piedi e (non) vivere serenamente.

Tutto così vero da far sorgere qualche domanda anche sul ruolo di Beppe Marotta, che è uno dei migliori dirigenti italiani in assoluto e che Zhang ha raccolto al volo dopo la chiusura del rapporto con la Juventus. La proprietà cinese ha immaginato di aver completato la costruzione di una grande società cogliendo l'occasione ed è difficile darle torto.

Però oggi si può dire che l'arrivo di un nuovo capo-azienda a metà stagione ha rappresentato più un motivo di destabilizzazione che un fattore positivo. C'è un allenatore entrato in fibrillazione subito, immaginando scenari futuri senza di lui. Il pugno duro verso i casi di spogliatoio ha regalato successi effimeri perché Nainggolan continua a essere incostante e spesso infortunato come prima, Perisic non si vede come in tutta la prima parte della stagione e il tormentone Icardi merita un capitolo a parte.

Le colpe dell'ex capitano e della moglie e agente sono evidenti. L'essersi chiamato fuori così a lungo è professionalmente indifendibile, però un mese dopo la degradazione di Icardi va detto con lucidità che l'Inter ha gestito malissimo la situazione, si è infilata insieme al suo uomo più costoso, forte e rappresentativo in un vicolo cieco nel quale ha solo da perderci. Tornando indietro Marotta rifarebbe la stessa scelta? Con le stesse modalità? Qual è il progetto per uscirne in tempo per evitare altri spettacoli come quello con l'Eintracht, con due ragazzini in campo e l'ex centravanti a casa sul divano?

 

Che senso ha avuto prendere una decisione così dirompente, anche nei modi, senza avere pronto un piano di gestione delle conseguenze? Intorno a queste domande ruota la valutazione dell'operato nel numero uno e più ci si allontana da quel 13 febbraio che ha terremotato l'Inter, più si acuisce la sensazione di un atto di forza compiuto senza calcolare che i danni collaterali avrebbero potuto essere maggiori dei benefici.

Marotta è il migliore e renderà l'Inter una piccola Juventus, funzionante e perfetta. Magari nel tempo vincente. Oggi, però, serve ristabilire quell'equilibrio che non sarà stato il migliore possibile ma era almeno funzionale a vivere una stagione normale. Come arrivarci è compito di chi dirige la società perché, al netto delle suggestioni, nessuno si può permettere di gettare al vento decine di milioni di una mancata qualificazione Champions o della svalutazione del proprio patrimonio di giocatori.

Gestire l'Inter di oggi come la Juve è stato evidentemente un azzardo che per il momento non ha pagato. Uscirne è l'unica via per avere la forza di fare la rivoluzione e mandare via chi ha dimostrato di non valere quella maglia. Icardi? Anche lui, ma la lista è lunga e la striscia di capi, capetti, fazioni e liti di spogliatoio sta umiliando un club che ha fatto la storia del calcio italiano.

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