Il boom del calcio tedesco: intelligenza e programmazione

Ricavi in crescita, stadi moderni, ma anche la capacità di spendere bene i soldi a disposizione

I giocatori del Borussia sotto la curva dopo la vittoria con il Real Madrid (Ansa)

Matteo Politanò

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In quindici anni gli equilibri del calcio europeo si sono rovesciati. Sul finire degli anni '90 la serie A era ancora il campionato migliore del mondo, con Liga e Premier che iniziavano il proprio percorso di crescita pur continuando ad imparare tecnica e tattica dalla nostra scuola. La Bundesliga era ancora un campionato di livello inferiore con i talenti più interessanti che puntualmente cambiavano casacca e anche campionato. Vedere un calciatore italiano in Germania era quasi impossibile, tra le poche eccezioni Ruggiero Rizzitelli al Bayern nel biennio 1996-1998. La nazionale tedesca campione d'Europa con Oliver Bierhoff viveva una finale d'era che si sarebbe concretizzato due stagioni più tardi con la brutta eliminazione dall'Europeo 2000 e la vittoria della Champions del Bayern a fine ciclo (ultima nella competizione per i bavaresi).

Il calcio tedesco aveva bisogno di una radicale rivoluzione e l'assegnazione del mondiale 2006 è stata l'occasione per tirare a lucido una federazione che adesso conta quasi 7 milioni di iscritti. Stadi nuovi e all'avanguardia, vivai che sono tornati a sfornare talenti di caratura mondiale, società ambiziose e un paese ricco e forte economicamente. La ricetta della Germania trova i suoi ingredienti nei numeri che riguardano il calcio: l'8% dei tedeschi gioca a calcio con continuità e sono oltre un milione le donne che giocano a calcio femminile. I tanti investimenti fatti stanno portando i loro frutti con introiti sempre in crescita ed una forza economica che non ha eguali nel vecchio continente. La possibile (e probabile) finale di Champions League tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund sarebbe la ciliegina su una torta sempre più grossa.

Il business del calcio tedesco non ne vuole sapere di fermare la sua crescita. La possibile finale europea in versione "derby di Germania" e l'arrivo già annunciato di Pep Guardiola alla guida del Bayern Monaco permettono alla realtà tedesca di avere fatturati da capogiro. La Bundesliga si gode il primato di aver superato, per la prima volta nella sua storia, la soglia dei due miliardi di fatturato. Nella stagione 2011-2012, secondo i dati raccolti dalla Federcalcio tedesca, le 18 squadre che militano nella massima serie hanno raggiunto i 2,08 miliardi di euro di introiti. Il campionato che assegna il titolo di Deutscher Meister registra per l'ottava stagione consecutiva una crescita, +7,2% rispetto agli 1,94 miliardi di euro della precedente stagione. Un boom senza sosta, un business che vive la sua Golden age più florida. Le società hanno avuto profitti di 55 milioni con 14 delle 18 squadre in attivo. Gli stipendi per allenatori e giocatori sono saliti dello 0,9% (927 milioni di euro) con un'incidenza media del 37,8% sul bilancio societario, la piu' bassa dal 2007 a oggi, ben al di sotto della media dei club europei che si attesta al 64%. In media un giocatore della Bundesliga guadagna 1,6 milioni a stagione.

Un potere economico che permette alle società di puntare forte su osservatori e talent scout capaci di scovare giovani dal valorizzare. L'esempio di Robert Lewandowski è solo il più recente ma dà bene l'idea di come in Italia troppo spesso si facciano investimenti frettolosi. Il Genoa lo aveva in pugno, il calciatore era stato anche a Genova per le visite mediche ma la richiesta del Lech Poznan di 3 milioni di euro era sembrata eccessiva. Ora ne vale 30. La forza del calcio tedesco sta anche tanto nella rete di osservatori che tengono d'occhio soprattutto l'est Europa, intuizioni che portano i nomi di Edin Dzeko (il Wolfsburg lo ha acquistato nel 2007 dal Teplice a 7 milioni di euro per poi venderlo a 35 al City) oppure Mario Mandzukic, cresciuto nella Dinamo Zagabria e ora punta titolare del Bayern Monaco. La storia recente del Borussia Dortmund andrebbe invece raccontata ed insegnata ad ogni dirigente italiano.

Nel 2006 il club era sull'orlo del fallimento con oltre 140 milioni di euro di debiti. Il Ballspiel-Verein Borussia 09 era stato costretto a mettere in vendita lo stadio e sopportare forti umiliazioni come quella di ricevere un prestito dai feroci rivali del Bayern Monaco per pagare gli stipendi (e se l'indennizzo fosse Gotze?). Un prestito della Morgan Stanley permise al club di ripartire e subito venne pianificato un progetto basato sui giovani. Nei primi due anni il BVB rischia per due volte la retrocessione, poi l'arrivo di Jurgen Klopp cambia tutto. Il tecnico appena 41enne rivoluziona la società e nel club crescono giovani come Gotze, Reus, Subotic, Sahin, Lewandowski, Hummels, Piszczek e Błaszczykowski. Nel 2011 e 2012 arrivano due titoli e il club rinasce anche grazie a intuizioni di mercato come l'acquisto di Kagawa per 300 mila euro e la cessione dopo un anno a 16 milioni di euro. Oggi il Borussia è ad un passo dalla finale di Champions League e nel solo 2012 ha prodotto un utile netto di 34 milioni di euro con 80 mila spettatori in media nelle partite in casa. La differenza tra Germania e Italia persiste e la situazione politica ed economica dei due paesi è lo specchio del calcio: da una parte si investe su giovani e strutture, dall'altra si contempla la profondità dell'oblio.

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