La Ligue1 chiude per tasse. L'Italia? Si paga poco...

Club sul piede di guerra contro la supertassa Hollande al 75%. Platini: "Con quello che guadagnano". Ecco cosa succede nel resto d'Europa

Giovanni Capuano

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Tenetevi forte: l'Italia del calcio potrebbe essere considerata un Eldorado dai campioni di tutto il mondo se solo avesse la forza di investire nuovamente nei top player che, invece, continuano a scegliere altri campionati. Il tempo in cui la fiscalità degli altri campionati era troppo più bassa rispetto alla nostra è finito. Oggi le società italiane pagano in tasse più o meno la stessa cifra delle altre e spesso, anzi, hanno qualche percentuale in meno. Ovviamente ci riferiamo all'Irpef, all'imposizione cioè che riguarda direttamente i redditi dei calciatori. Il cuneo fiscale del calcio, quello che per anni ci ha visto penalizzati nel confronto con la Spagna e con gli altri.

Non è più così e quando sta avvenendo in Francia lo conferma. I club transalpini sono pronti alla serrata contro la supertassa Hollande che porterà ad aggravi del 75% per tutti i redditi superiori al milione di euro. Una vera stangata per il calcio francese: un conto da 44 milioni di euro tra Ligue1 e Ligue2 di cui 20 solo a carico del Psg che strapaga stelle come Ibrahimovic, Thiago Silva, Lavezzi e gli altri. "Così si rischia di uccidere il nostro campionato" ha detto il presidente della Lega francese. Dunque serrata sperando di far cambiare idea al governo socialista di Parigi anche se l'impresa sembra impossibile, considerato che la supertassa del 75% è in vigore per tutte le aziende e non solo per il calcio.

Il presidente dell'Uefa, Platini, ha attaccato gli scioperanti anche se formalmente lo ha fatto parlando dei calciatori: "Uno sciopero contro le tasse? Con quello che guadagnano...". Riflessione corretta e bersaglio sbagliato perché la stangata ricadrà direttamente sui bilanci dei club. Le star, in Francia come in Italia all'epoca del prelievo di solidarietà pensato dal governo Monti, trattano i loro stipendi al netto e non si accorgeranno nemmeno della stretta fiscale di Hollande.

Semmai la Uefa farebbe bene a spingere per mettere paletti alle diseguaglianze tra campionato e campionato. La cancellazione della famigerata 'Ley Beckham' dal 2010 ha rimesso la Spagna sullo stesso livello delle altre nazioni: dal 24% i club della Liga sono passati al 45-49% con punte del 52% laddove si sono aggiunte le addizionali regionali come in Catalogna. Rinnovare i contratti di Messi e Cristiano Ronaldo è stato, insomma, un vero salasso per Barcellona e Real Madrid. Per fare un esempio, i 12 milioni netti di CR7 costavano fino ad oggi 15 a Perez, mentre i 20 netti garantiti fino al 2018 peseranno sul bilancio per quasi 40.

Ma come funziona altrove? In Italia vale l'aliquota del 45% per i redditi superiori ai 75.000 euro (e dunque quasi tutti i calciatori professionisti). In Inghilterra la stretta fiscale è arrivata nella primavera 2010 con l'innalzamento dal 40 al 50% della tassazione oltre le 150.000 sterline. Germania e Portogallo sono più o meno sulla stessa linea italiana: 45% per i redditi oltre i 250.000 euro (42% sotto, ma è una minoranza). Il paradiso degli sportivi, non calciatori, rimangono gli Usa dove il Fisco si prende il 35% oltre i 370.000 dollari. Poi ci sono i paradisi fiscali veri e propri e alcune micro realtà in paesi, però, poco appetibili dal punto di vista calcistico.

Questo per quanto riguarda l'Irpef. Poi ci sono le altre forme di tassazione e qui l'Italia perde il passo con il resto d'Europa. L'Irap, ad esempio, esiste solo da noi e nell'ultimo bilancio ha costretto il Milan al rosso con un saldo di -6,9 milioni di euro. La Francia si interroga sul regime fiscale del Principato di Monaco ora che il magnate Rybolovlev sta costruendo una squadra da sogno. In Spagna si discute sullo stato di onlus dei club che hanno l'azionariato popolare: legge che doveva tutelare piccole realtà e che oggi serve a Barcellona e Real Madrid per sgravarsi del peso di una parte delle tasse. Margini di intervento non ce ne sono, essendo il Fisco materia autonoma di ciascuna nazione. Ma un po' di moral suasion non guasterebbe nell'era del Fair Play Finanziario. Vero Platini?

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