Niente domande, è un calciatore!

Cronaca tragicomica di un evento-stampa tra giocatori inavvicinabili, bambini scacciati e sponsor perquisiti. Che la dice lunga sui limiti dei nostri club

– Credits: Getty Images.

Teobaldo Semoli

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Vi siete mai chiesti perché le interviste ai calciatori della Serie A sono tra i tre momenti più noiosi della storia dell’essere umano, dopo il pranzo di Natale con i parenti e subito prima della cena dai suoceri? Se sì, allora la storia che vi stiamo per raccontare fa al caso vostro.

Settimana scorsa siamo stati invitati dall'ufficio stampa della squadra X ad un evento legato ad uno dei suoi sponsor (che chiameremo sponsor Y). Ci presentiamo, come da accordi. Nel locale ci sono quattro calciatori, A, B, C e D che giocano per la squadra X che ha uno sponsor Y. Le logiche di mercato vogliono che lo sponsor Y, oltre che pagare per la partnership con il club, che riguarda la fornitura delle divise istituzionali, paghi (profumatamente) l’organizzazione di alcuni eventi mondani in cui i giocatori possono incontrare la stampa e dare visibilità al brand della squadra X e soprattutto al brand di Y.

In parole povere, una bella occasione per far conoscere i giocatori ai tifosi e giornalisti, e ripagare gli sforzi economici dello sponsor che, in fin dei conti, contribuisce a pagare gli stipendi a sei zeri di A, B, C, D, E, F, G… Fin qui, direte voi, tutto normale. Peccato che inaspettatamente ai componenti della squadra X venga imposto dagli addetti stampa (che in teoria dovrebbero favorire il nostro lavoro) il divieto assoluto di parlare, o quasi; soprattutto il divieto di parlare di calcio....

Il calciatore A, infatti, ha già un accordo con una testata (amica) con domande e risposte decise a tavolino che di certo non disturberanno il clima intorno alla squadra. "B", invece, "è poco avvezzo alle interviste", spiega l’addetto stampa, "e farebbe sicuramente brutta figura"; mentre a C, criticato da ambiente e tifosi, è assolutamente vietato fare domande di calcio. 

Ci sarebbe il povero (si fa per dire, visto l'ingaggio) D, che però è recentemente rimasto coinvolto in una spinosa vicenda di calciomercato... "ed è meglio", puntualizza il solito addetto stampa, "che non rilasci nessuna dichiarazione…". Meglio, che non dica una parola! Concetto che appare subito chiaro quando uno dei bambini in caccia di autografi ha la cattiva idea di chiedergli “Ma giocherai ancora con noi l’anno prossimo, vero?”: la domanda non autorizzata del tifoso "eversivo" gli costa infatti l'allontanamento immediato e il mancato autografo sulla maglietta della squadra del cuore.

Il malcapitato bambino, tra l'altro, scatena il panico tra i responsabili delle agenzie stampa, pagate dallo sponsor per portare giornalisti, che vedono profilarsi all’orizzonte il fallimento di un evento che - con l'avvicinarsi del momento del buffet - sta diventando utile a riempire più le pance dei presenti che le pagine dei giornali. Per fortuna è in arrivo l’amministratore delegato dello sponsor Y, che sicuramente riuscirà a riportare i giocatori, e i loro addetti stampa, sulla terra, o se non altro ricordargli i loro doveri (di contratto). Ma nel calcio italiano - si sa - il colpo di scena è sempre dietro l’angolo ed ecco che allora il n°1 dello sponsor Y resta fuori dal locale, bloccato da un cordone di sette bodyguard che gli intimano di mostrare all'istante un documento di identità per provare inconfutabilmente di essere il titolare della carta di credito che ha pagato l'intero evento e non un invasore di campo in giacca e cravatta... Con il tempo necessario all’ad per farsi riconoscere e avere libero ingresso che manda in tilt qualsiasi schema di gioco, visto che a quel punto A, B, C, D e il loro entourage hanno già levato le tende. 

Alcuni dicono che il prossimo anno arriveranno nuovi addetti stampa, dall’estero, che faranno in modo che i giocatori della squadra X tornino a essere fuori dal campo quello che in tanti grandi club stranieri è considerato un obbligo contrattuale: ovvero essere professionisti disponibili verso giornalisti e tifosi per il bene della società e degli sponsor che la foraggiano. Tanto più che l'obiettivo della squadra X è aggiungere a Y altri sponsor utili a sostituire A, B, C e D con nomi e cognomi di calciatori da Champions. Vi state chiedendo il nome della squadra X, vero? Lecita curiosità ma conta poco. Anche perché tutto questo accade (più o meno) per tutte le squadre.

La vera domanda è un'altra: quando il nostro calcio farà finalmente il salto di qualità per diventare uno sport-business non solo a parole ma anche a fatti? Anzi, a eventi.

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