Calcio

Ernesto Pellegrini: "Sono un uomo felice e di fede grazie all'Inter"

Festeggiati i 75 anni con un'autobiografia, il presidente dello scudetto dei record rivive il suo passato nerazzurro. E promuove il presente

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Filippo Nassetti

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Ernesto Pellegrini è un uomo e un nerazzurro felice, che per il suo 75° compleanno si è regalato l'autobiografia "Una vita, un’impresa. Grazie all’Inter ho trovato il senso vero della fede", pubblicato con Mondadori. Un ritratto completo dell'imprenditore, del dirigente sportivo, dell'uomo di fede. Perché l'ex presidente dell'Inter anche nella sua esperienza sportiva si è sempre distinto per la sua attenzione ai valori, al rapporto personale con calciatori e dirigenti, al supportare iniziative sociali. Da poco Pellegrini ha anche aperto "Ruben", un ristorante per chi non se lo può proprio permettere, dove il pasto si paga un euro e i bambini mangiano gratis. "Ogni giorno diamo da mangiare a circa 350 persone adulte e 100 bambini: quando passo a trovarli, è un giorno di festa per gli abbracci che ricevo, ma sono io a ringraziare loro. Ho cercato solo di restituire un po' della fortuna che mi ha regalato il buon Dio".

Lo scudetto dei record
Fortuna che, lasciando stare il Signore, non lo accompagnò invece molto nei suoi anni di presidenza interista. A partire dalle avventure in nerazzurro di Karl-Heinz Rummenigge, Dennis Bergkamp, Matthias Sammer ed Enzo Scifo: quattro campioni che, per una ragione o per un'altra, non sono riusciti ad esprimere il loro talento (o almeno non tutto) una volta a Milano. Malgrado questo, il palmares degli 11 anni di presidenza recita comunque lo scudetto 1989 (quello "dei record", per i 58 punti guadagnati in 34 partite) e la Supercoppa Italiana dello stesso anno, nonché due Coppa Uefa (1991 e 1994).

"In effetti avremmo potuto vincere di più, in particolare il primo anno di presidenza, quando arrivammo terzi dietro al Verona e al Torino. Rispetto, ma non condivido il pensiero del nostro allenatore dell'epoca, Ilario Castagner, che ci mancava qualcosa a centrocampo (leggi qui, ndr). Avevamo un organico completo per vincere e anche la semifinale europea con il Real Madrid fu condizionata dall'incidente della biglia che colpì Bergomi e impaurì i nostri giocatori". Da aggiungere che il periodo Pellegrini coincise con rivali fortissimi come il Milan di Arrigo Sacchi o il Napoli di Diego Armando Maradona. E anche sullo scudetto del 1991, vinto poi dalla Sampdoria, l'ex presidente avrebbe qualcosa da recriminare: fatale fu la sconfitta a San Siro contro i blucerchiati per 2-0, in una partita in cui Pagliuca parò l'impossibile - incluso un rigore a Matthaeus - e caratterizzata da un grande nervosismo che portò all'espulsione alla fine del primo tempo dei due rispettivi capitani, Beppe Bergomi e Roberto Mancini.

Pellegrini non ha rimpianti per colpi di mercato sfumati ("Tutti quelli che ho desiderato, sono riuscito a portarli in nerazzurro") e afferma di non ricordare la proposta del suo ex manager Franco Dal Cin di acquistare Zico dall'Udinese (qui raccontata, ndr). Non gli è invece andata giù la vicenda di Sammer: "Lo sapevo che era un campione e la vittoria del Pallone d'Oro mi ha poi dato ragione... Purtroppo però diedi retta ad alcuni consiglieri, che mi suggerirono di rimandarlo in Germania". 

I suoi ricordi migliori
Un pensiero speciale l'ex presidente lo dedica a Enrico Cucchi, centrocampista di talento e grande determinazione, scomparso prematuramente a 31 anni: "Ricordo una prestazione straordinaria contro il Real Madrid, a Enrico volevo bene. Era una persona sensibile, attento ai bisognosi, con Bergomi e Ferri sosteneva i Bindun, i girovaghi della solidarietà. Sono stato recentemente a Tortona a un'iniziativa per ricordarlo. Enrico lo merita".

La giornata indelebile da presidente resta quella del 28 maggio 1989, quando con quattro giornate di anticipo l'Inter si laureò campione d'italia battendo il Napoli a San Siro. La squadra di Trapattoni stracciò anche tutti i record precedenti: "Fu un momento incredibile. Avevamo una squadra fortissima, a Matthaeus e Brehme l'anno dopo si unì anche Klinsmann. Tre giocatori che poi trascirono la Germania alla vittoria della Coppa del Mondo proprio qui in Italia ai Mondiali del 1990".

Dei suoi (tanti) allenatori parla sempre bene. A due, in particolare, è rimasto legato: Giovanni Trapattoni e Osvaldo Bagnoli. "Intanto con loro, milanesi, potevo parlare anche in dialetto. Sono stati due collaboratori che alle spiccate capacità tecniche univano doti morali. Persone che sapevano essere d'esempio al gruppo".

Cinesi promossi
Venendo al presente, dell'Inter cinese è un estimatore: "Apprezzo molto Jindong Zhang perché ha dimostrato di essere venuto in Italia con le idee chiare, per far crescere la squadra e pronto a investimenti molto importanti. L'acquisto di Gagliardini, uno dei migliori giovani talenti, ne è la dimostrazione. No, non ho cambiato idea, rispetto al mio appello che feci a Moratti nel 2013 per non vendere a Thohir. Non era nazionalismo. All'epoca sapevamo poco del nuovo proprietario ed era lecito avere perplessità sulle intenzioni di un investitore estero". 

 

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