Calcio

Il senso delle donne per il calcio

Il successo dei Mondiali di Calcio femminile ha mostrato come sia possibile un altro approccio verso questo sport

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Il Mondiale di calcio femminile che si è giocato in Francia in questo acconto d’estate ha fatto scoprire agli italiani una gran bella realtà sportiva: la squadra delle azzurre. È agli ordini di una pioniera del calcio femminile: Milena Bertolini, nata e cresciuta in quel di Correggio. Paese della Bassa reggiana, una terra piatta sospesa tra nuvole di caldo torrido in estate e di freddo umido in inverno. Una porzione di terra emiliana che ho in comune con lei ed è patria di donne forti e determinate.

Milena è una donna dall’aspetto dolce, quasi fragile, ma è bene non farsi imbrogliare. Ha la scorza dura e tenace delle tante figlie della pianura emiliana. Basta osservarla a bordo campo. Ha l’atteggiamento assorto di chi riflette su come ottenere che la squadra migliori le sue giocate. È misurata nelle vittorie, perché di sicuro sta pensando: «Questa è andata, ma la prossima sarà più dura!». Non sbaglia, perché ognuna delle vittorie raggiunte in questo Mondiale proietta le azzurre verso una gara con avversarie sempre più forti. Però l’ascolti e ti dà fiducia. È lo stesso sentimento che si prova nel guardare le 11 in campo mentre avanzano, arretrano, attaccano e difendono.

Mai dome, come avessero una riserva d’aria infinita nei polmoni. Sono unite, hanno lasciato a casa la rivalità del campionato e sono forti. Forti e mai appagate, del resto questa è la regola che governa la vita delle donne. Milena comanda un plotone di ragazze animate dalla volontà di vincere e di affermare il proprio valore a dispetto della segregazione professionale nella quale sono tenute. Infatti, il 2019 è solo l’ultimo degli anni nei quali, come tutte noi, anche ognuna di loro paga il prezzo di non essere nata maschio. E pure nello sport si trova a dover sottostare al potere esercitato quasi soltanto da uomini arroganti e chiusi di fronte alla realtà del mondo che cambia.

Queste ragazze portano i nomi dolci delle nostre madri e delle nostre nonne: Barbara, Manuela, Cristiana, Daniela, Laura, Valentina, Alia, Sara, Lisa, Elena, Aurora, Chiara. E sono le portabandiera odierne nella battaglia iniziata anni fa da Milena e le altre che le hanno precedute. Due i loro obiettivi: andare più avanti possibile nel Mondiale e conquistarsi sul campo lo status di professioniste. Cioè riuscire a infrangere il tetto di cristallo che anche nel loro mestiere fa intravedere il cielo, ma non si riesce a respirarne l’aria pura. Ognuna ha una storia fatta di forza di volontà e di rifiuto della discriminazione in un mondo, quello del calcio, tra i più ostili. Le famiglie le hanno sorrette e sostenute senza fare differenze con i figli maschi. Ma senza nascondere loro che la fatica di emergere sarebbe stata doppia, come accade a tutte in qualsiasi ambito della vita e delle professioni. Nel calcio è persino peggio, visto che chi comanda lo considera l’ultimo fortino del potere maschile da difendere a ogni costo. Tanto che la nazionale che ci rappresenta in Francia è composta da atlete dilettanti!

Le calciatrici non rinunciano alla loro femminilità, ai capelli lunghi o corti e biondi, al mascara sulle ciglia. Hanno il corpo pulito, privo dell’obbrobrio di tatuaggi che infestano la pelle dei maschi. Sono meno cattive negli scontri, i falli meno duri e, quando cadono, non simulano. Si rialzano subito e riprendono il loro posto di corsa. È l’istinto di donna a guidarle, perché sanno che non possono perdere inutilmente tempo. Il loro è un messaggio di sportività e di rispetto delle avversarie che non sempre caratterizza le partite degli uomini.

Infine, queste ragazze sono sagge. Pensano al futuro. Sanno che la loro carriera sarà breve, forse più di quella dei colleghi. Per questo studiano e puntano a una laurea. Praticare il calcio, più di ogni altro sport, insegna che nessuno ti regalerà nulla. E quindi hanno ben chiaro nella mente che la vita vera inizierà quando smetteranno di correre dietro a un pallone. Ecco allora che la stagione del calcio giocato si accompagna al prepararsi al dopo, quando ci si dovrà misurare con la professione per la vita. Magari sempre in ambito sportivo, come preparatrice, allenatrice, fisioterapista, nutrizionista, dirigente, manager o, perché no?, procuratrice o scopritrice di nuovi talenti.

Si potrà dire che la parità con i maschi anche in questo campo sarà stata raggiunta davvero quando ci sarà un Jorge Mendes o un Mino Raiola in gonnella che tratterà con le società l’ingaggio indifferentemente di un calciatore o una calciatrice. E quando le società si apriranno alle donne al punto di avere dirigenti di primo livello con i capelli biondi e il mascara sulle ciglie con la responsabilità del mercato. Quando questo sarà realtà, seppure appaia lontano anni luce, il tetto di vetro sarà andato in frantumi. Per adesso, come diceva la buonanima, c’è un obiettivo categorico da raggiungere: il riconoscimento dello status di professioniste. Perché grida vendetta che la nazionale che ci onora al Mondiale sia composta da dilettanti. Mentre tutti i maschi, grandi e piccoli, di belle speranze e non, sono ben pagati e tutelati anche se sempre ci deludono.

Forza ragazze! Dateci dentro per il vostro futuro e per chi arriverà dopo di voi. 
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