Di Canio "il fascista" dice sì al Sunderland

L'ex bandiera della Lazio ha accettato di sedere sulla panchina dei Black Cats da qui alla fine della stagione. Ma l'ex ministro Miliband non ha gradito.

Di Canio saluta i suoi tifosi con la mano tesa (Credits: PAOLO COCCO/AFP/Getty Images)

Dario Pelizzari

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Paolo Di Canio è il nuovo tecnico del Sunderland, squadra della Premier League inglese che rischia di retrocedere nel campionato cadetto. Tutto bene, si dirà, un altro allenatore italiano che fa parlare di sé all'estero. Dopo i big dell'Italia che conta, da Trapattoni a Capello, passando da Spalletti e Mancini, un altro uomo di calcio che rende merito alla scuola del pallone tricolore. Peccato che l'arrivo dell'ex attaccante biancoceleste sulla panchina dei Black Cats, ("gatti neri", così sono chiamati i giocatori del Sunderland) abbia prodotto risvolti tutt'altro che esaltanti.

La ragione? Di Canio è considerato da anni, in madre patria come nel Regno Unito, un nostalgico dei tempi che furono. Un 'fascista', per dirla senza troppi giri di parole.

Il motivo è presto detto. Nel 2005, quando ancora giocava nella Lazio, la "sua" Lazio, Di Canio il fenomeno rimediò una squalifica per aver salutato i tifosi laziali con il saluto romano al termine della gara contro la Juventus. Proprio così, il saluto romano in stile fascista. Del resto, il giocatore romano non ha mai nascosto di essere vicino e pure di più alle logiche e ai temi cari alla destra più oltranzista. Ecco, Di Canio non millanta, Di Canio è. Come tanti altri. Con la differenza che non si vedeva da tempo un saluto romano su un campo di calcio. Con tutte le conseguenze del caso.

Sì, perché da allora, ma in realtà da molto prima, perché Paolo il bomber non faceva segreto delle sue pulsioni politiche, Di Canio è diventato "Di Canio il fascista". Meglio, quello del saluto romano. Roba che in Italia fuori tutti e fine della trasmissione. Anzi, fine della carriera. E poco importa se Paolo il bomber era un grande quando calzava le sue scarpette da calciatore. Certe cose non sono concesse nemmeno a un fuoriclasse. Figuriamoci a un atleta a due passi dalla pensione. Infatti, Di Canio decide di traslocare. Per tentare la carriera di tecnico in Inghilterra.

Lo chiama lo Swindon Town, club appena retrocesso in League Two. E l'esordio è da copertina. Dopo un filotto di quattro sconfitte consecutive, Di Canio infila una serie strepitosa di risultati utili che gli permette di raggiungere la promozione con un paio di turni d'anticipo. Senza contare l'ottimo percorso in FA Cup. Insomma, applausi a scena aperta. Paolo il bomber è diventato Paolo il tecnico. Opzione credibile e quindi ragionevole.

Si riparte l'anno successivo con tanto entusiasmo e una voglia grande così di confermarsi ad alti livelli. Di Canio però è quello di sempre. Un vulcano. Se qualcosa non gli va giù, conta fino a tre, poi spara. E si salvi chi può. La dirigenza dello Swindon non gradisce e tanti saluti a casa. Il 18 febbraio scorso, Di Canio rimane a spasso.

Fino a qualche giorno fa. In Sunderland in caduta libera in Premier League decide di cambiare il timone della squadra e pensa a lui. Che dice subito sì, ma poi deve fare i conti con la fama che lo precede e che certo non aiuta a tirare fuori il sorriso. Il tira e molla in società porta addirittura alle dimissioni dell'ex ministro laburista David Miliband, che lascia il board del club in aperto contrasto con la scelta di assumere Di Canio.

Questa mattina, va in scena la conferenza stampa dell'ex calciatore, che spiega: "Non voglio più parlare di politica per una sola ragione, perché non siedo in parlamento e non sono un politico, parlo solo di calcio". Capito? Il debutto alla guida dei Black Cats prenderà forma domenica prossima nella tana del Chelsea. Lui, Di Canio, è convinto che alla fine i "gatti neri" riusciranno a salvarsi. Chissà se un giorno anche Miliband sarà costretto a dirgli grazie.

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