Da Di Canio a Katidis: reazioni diverse per un saluto romano

Il centrocampista dell'Aek Atene radiato a vita per il braccio destro teso. Nel 2005 Di Canio fu squalificato per una giornata per lo stesso episodio

Il saluto romano di Katidis dell'Aek Atene (Getty)

Matteo Politanò

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Stagione 2005: dopo la partita con la Juventus Paolo Di Canio va sotto la Curva Nord della Lazio. Saluto romano ai suoi tifosi, in Italia scoppia lo scandalo. Scandalo di facciata visto che il provvedimento è un turno di squalifica con ammenda di 10 mila euro. Ieri in Grecia stessa situazione con Giorgos Katidis, centrocampista di 20 anni dell'Aek Atene, che dopo il gol del 2-1 al Veria è corso ad esultare sotto la tribuna dello stadio olimpico di Atene con il braccio destro teso. Indignazione che ha portato ad una punizione diversa rispetto a Di Canio: sospensione a vita da tutte le nazionali greche (maggiore e giovanili) con l'accusa di essersi reso protagonista di "una grave provocazione, offensiva nei confronti di tutte le vittime delle bestialità del fascismo e del nazismo".

Katidis ha poi spiegato sul suo profilo Twitter di non essere un fascista e di aver fatto quel gesto senza conoscerne il significato. In sua difesa anche l'allenatore tedesco dell'Aek Atene, Ewald Lienen, che ha giustificato il ragazzo. "Non ha idee politiche, è giovane, non sapeva il senso di quel gesto". Se così fosse vero potrebbe essere peggio ancora: non essere a conoscenza del valore del saluto romano è un delitto per la storia e la memoria. Quel che è certo resta il dislivello di reazioni tra la Grecia e l'Italia, un paese che tramite la Figc e il Coni ha più volte condannato episodi a sfondo politico che fomentano l'odio e la discriminazione ma che nella pratica ha sempre limitato le punizioni, mai esemplari.

E' recente la squalifica del campo della Lazio, punita dalla Uefa perché secondo l'accusa i suoi tifosi (recidivi) avrebbero (circa 300 persone) cantato l'inno italiano con il braccio destro teso. Senza contare poi i cori antisemiti verso i tifosi del Tottenham in tempi non sospetti. In Italia si è fatto finta di nulla, la Uefa invece ha visto tutto e agito. Come non ricordare poi lo striscione apparso nel 2001 nella Nord "Squadra di negri, curva d'ebrei" o quello apparso nella curva Sud della Roma: "Lazio e Livorno, stesse iniziali stesso forno". Fiori all'occhiello del calcio italiano, cicatrice sul volto di tutto il movimento ultras che spesso offre esempi di tifo, spazzati via dall'oblio impunito di razzismo, politica e violenza.

Più "vaghi" gli indizi che dal 2000 chiamano in causa Gigi Buffon. Nel settembre 2000 il portiere allora al Parma si presentò in campo con una maglia numero “88”, senza sapere - dichiarò all’epoca - che quel numero nella simbologia neonazista rappresentasse il saluto “Heil Hitler”. A quell'episodio seguì la maglietta con la scritta "Boia chi molla", ma anche in quel caso l'estremo difensore della Juventus si difese ammettendo la sua ignoranza storica. Poi la festa durante la vittoria della coppa del Mondo con uno striscione contenente una croce celtica (ci stava non averlo notato, forse) e le dichiarazioni sulla vicenda del calcioscommesse: "Siamo l’Italia di Piazzale Loreto". Cosa intendeva dire Gigi? Tutte casualità? Sicuramente sarà così.

Ma mentre Katidis piange per le conseguenze di un gesto che gli rovinerà la carriera, non si può non pensare a come i due paesi e le due federazioni abbiano vissuto diversamente il binomio saluto romano - calcio. Katidis in lacrime ha gridato di non conoscere il significato del gesto, Di Canio dopo la squalifica invece puntualizzò: "Sono un fascista, non un razzista. Era un saluto per la mia gente". Viva l'onestà. Peccato che la legge  legge 20 giugno 1952, n. 645 parli chiaro. Così come le direttive Uefa che impongono di fermare le partite in caso di cori razzisti o di atteggiamenti volti alla discriminazione. Ma non sarà troppo da razzisti boicottare solo i fascisti? Nel dubbio in Italia non si punisce nessuno.

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