Calcio

Boom della Cina sul calciomercato: 760 milioni. Ma serve un fair play finanziario

I club cinesi stanno rovesciando le gerarchie: secondi dietro la Premier League per spese. Senza alcuna regola o controllo

Beijing's Ultras A Part Of Growing Football Culture In China

Giovanni Capuano

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L'ultimo della lista è stato il brasiliano Oscar, prelevato dal Chelsea per 70 milioni e dirottato a Shanghai. Ma si tratta solo di una questione di pochi giorni, perché il record è destinato ad essere infranto e la Cina a diventare sempre più l'Eldorado del terzo millennio. Mercato ricchissimo, voglia di investire e, diversamente da quanto fatto da oligarchi russi e sceicchi arabi, desiderio di farlo in casa propria. E' vero che ci sono grandi gruppi a caccia di club europei (Inter e Milan ne sono la dimostrazione), ma l'input da Pechino è rendere la Chinese Super League un campionato competitivo in fretta. A qualsiasi costo.

Il boom del calciomercato d'Oriente sta travolgendo l'Europa. L'acquisto di Oscar è significativo perchè per la prima volta una star del calcio nostrano, addirittura dell'altrettanto ricca Premier League, emigra in Cina non all'età della pensione ma nel pieno della sua maturità: 25 anni. Scelta che ha fatto storcere il naso ai puristi, ma che è pienamente in linea con la moda emergente e con la cascata di soldi che dalla Cina sta sotterrando il Vecchio Continente.

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Dal 2014 spesi già 761 milioni di euro

Il conto è spaventoso. Dal 2014 a oggi i club della CSL hanno speso la bellezza di 761 milioni di euro (fonte Transfermarkt) per finanziare la propria voglia di grande calcio. A breve ci sarà il sorpasso sulla Ligue1, ma accorciando il termine temporale della classifica la scalata è ancora più evidente e lo sarà a maggior ragione a fine febbraio quando si chiuderà il mercato a Pechino e inizierà la stagione. 

Nel solo 2016, infatti, il conto ammonta già a oltre 400 milioni di euro, più della Liga spagnola e con impegni sul 2017 che superano i 200 milioni. E' come se improvvisamente le grandi leghe europee scoprissero di avere un concorrente in più, seppure distante migliaia di chilometri. Sempre prendendo come riferimento il periodo 2014-2016 la classifica delle spese per campionato vede la Cina ormai a un passo dalla Top5:

PREMIER LEAGUE     4,02 miliardi di euro (-2.041 mln)

SERIE A     1,75 miliardi di euro (-104,2 mln)

LIGA     1,56 miliardi di euro (-93,3 mln)

BUNDESLIGA     1,36 milairdi di euro (-133 mln)

LIGUE1     766,4 milioni di euro (+238,2 mln)

CHINESE SUPER LEAGUE     761,6 milioni di euro (-609,3 mln)

Passivi record sul mercato e quel fair play finanziario che manca

A saltare all'occhio, oltre alla spesa ingente, è il passivo di mercato. I cinesi comprano e non vendono se non in misura residuale, il loro campionato è ancora poco attrattivo il giro per il mondo e ad oggi si tratta semplicemente di un investimento sul futuro. Che prima o poi dovrà rendere. Però l'anomalia è che Pechino può fare shopping in Europa senza alcun limite di spesa, mentre i club del Vecchio Continente devono sottostare al fair play finanziario e ai suoi rigidi paletti. Voluti da Platini quando era a capo dell'Uefa con Gianni Infantino suo braccio destro.

Ora Infantino è il capo della Fifa e assiste alla rivoluzione cinese che rischia di spostare l'epicentro del calcio mondiale. Quando i russi sbarcarono in Europa non esistevano paletti. Gli sceicchi di Parigi e Manchester hanno dovuto forzare le regole pagando multe e facendo i salti mortali per mettersi a posto (e comunque creando nel Psg e nel City due progetti vincenti anche economicamente). Se il calcio deve diventare globale in senso pieno, allora è ragionevole che si pensi anche a una normativa comune per non creare mercati a due velocità. Un esempio? Suning può fare quello che vuole a casa sua e deve tirare la cinghia per l'Inter con la Uefa.

Sempre che interessi o che, invece, l'Europa non preferisca prendersi i soldi che arrivano dall'Oriente e sistemare i propri bilanci. Quella pioggia di euro, infatti, sta aiutando tanti a mettersi in equilibrio. Con una controindicazione: alla lunga - ma nemmeno troppo - competere con un campionato in cui si offrono stipendi da 40 milioni netti a stagione diventerà sanguinoso per tutti. Anche per i top club che fatturano quasi un miliardo. Il rischio è accorgersene troppo tardi, il giorno in cui il prossimo Messi o il prossimo Ronaldo prenderanno la via di Shanghai o Nanchino.

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