"Ciao Vujadin", il saluto di un sampdoriano

Dal blog Blucerchiando il ricordo del tecnico che guidò la Sampdoria allo scudetto del 1990/1991 - Boskov, le frasi celebri

Vujadin Boskov – Credits: Getty Images

Matteo Politanò

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Per gran parte d'Italia Vujadin Boskov è stato un dispenser di aforismi che strappavano il sorriso.

Per noi sampdoriani è diverso. E' stato semplicemente Vujadin, l'uomo che ha guidato l'eterna ragazza del 1946 a vincere quasi tutto. Erano gli anni '90 e c'era un altro calcio, altri valori, dentro e fuori dal campo. Le maglie andavano dall'1 all'11 e i sogni erano ancora possibili. Impossibile invece raccontare quella Sampdoria, quella famiglia, i tempi di Paolo Mantovani. Un calcio che non tornerà, una Samp che non tornerà, un decennio che non tornerà. Oggi si parla delle tue massime, della tua simpatia, dei proverbi "alla Boskov" che hanno cambiato e impreziosito il calcio. Per chi ti ha vissuto in quegli anni e nella parentesi del 1998 resterai invece come volto famigliare, una guida per una squadra di talenti assoluti che ormai 25 anni fa si è presa la vetta del calcio italiano ed europeo. 

La notizia della tua morte mi ha toccato nel profondo, come un nonno che ti lascia nel silenzio zavorrando irrimediabilmente ogni singolo ricordo. Da tempo non apparivi, da tanto combattevi contro il male che ti ha portato via. Tuttavia eri a Genova ogni giorno, nei discorsi, sui giornali, nelle tv. Difficile parlare di calcio in città senza citarti ogni tanto, senza sorridere pensando a quel tuo accento serbo che caratterizzava un italiano fluente e simpatico. Hai fatto esordire in serie A Francesco Totti, Sinisa Mihajlovic, Enrico Chiesa, Nicola Amoruso, Gianluca Pagliuca. Hai fatto miracoli e vinto tanto, hai spiegato i nostri colori come nessuno ha fatto. 

"Sampdoria è come bella ragazza a cui tutti vogliono dare baci". 

Ieri a Genova pioveva e io credo nel karma. La Sampdoria ha vinto e uscendo dallo stadio ho messo la mano in tasca per tirare fuori il cellulare. Il braccialetto blucerchiato che portavo da sei anni si è rotto. Mi è rimasto in mano e poco dopo ho avuto la notizia. "E' morto Vujadin". Non me l'aspettavo, te ne sei andato nel momento sbagliato. Te ne sei andato mentre ero con la testa ad una persona che mi manca ogni giorno, pensando a quanto è brutto non potersi vivere. Ti accorgi del vero valore di qualcosa solo quando la perdi in modo irrimediabile. E ho pensato che siamo veramente spietati solo verso le persone che sappiamo di non poter mai perdere.

Quando ci accorgiamo di averle già perse è sempre troppo tardi. 

Te ne sei andato a 82 anni nella tua Novi Sad, lontano da un mondo del calcio che non ti apparteneva più già da tempo. Nel cuore dei sampdoriani rimarrai per sempre. Qualche lacrima scenderà ma solo per rigare un sorriso. Perché mi piace immaginarti già impegnato in discorsi con Paolo Mantovani e Riccardo Garrone, ricordando gli anni d'oro e qualche segreto che nessuno sa. Qui continueremo a lottare, a cantare, a sperare.

Nella banalità dei tuoi concetti oggi troviamo la perfezione della speranza: "dopo la pioggia arriva il sole". 

Addio Vuja. 

 
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