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Calcio

Champions: questa Juventus come l'Inter del Triplete

Paragone paradossale? Forse per la rivalità che anima da sempre i due club. Ma nella realtà i punti in comune sono più d'uno: ecco quali

Barcellona, sala stampa del Camp Nou, 27 aprile 2010 verso sera. Una bolgia torrida e non solo per questioni meteo. Domande, risposte, sottili provocazioni e giochi di sguardi. E' lì che lo Josè Mourinho marcò il territorio con la celebre distinzione tra sogno (dell'Inter) e ossessione (del Barcellona) mandando in tilt il circuito mediatico catalano. La seconda pietra su cui l'Inter costruì la partita perfetta del giorno dopo staccando il biglietto per Madrid. La prima era stata il 3-1 dell'andata, in cui per la prima volta i marziani erano stati riportati sulla terra. Quando Allegri è atterrato al Bernabeu ha trovato qualcosa di simile: ambiente convinto della propria superiorità, avversario fortissimo e posta in gioco che da sola vale una carriera. Anzi, per molti protagonisti di questa Juventus è l'occasione forse definitiva di arrivare a toccare quella coppa senza la quale sembra manchi il coronamento di una vita sportiva. Lo "Special One" seppe farsi forza di quella consapevolezza e la sensazione è che anche Max abbia colto la questione al cuore. Questa Juventus e quella Inter sono molto più simili di quanto possa sembrare: entrambe forti, complete, forgiate nel carattere dei propri uomini e con una fame feroce che nemmeno l'abitudine ai successi (curiosamente quattro scudetti consecutivi oggi come, sul campo, allora) ha reso assuefazione. Allora l'Inter arrivò a Madrid e fece il Triplete, oggi la Juve può ripetere quell'impresa.

Le motivazioni oltre al sogno
Utopia? Forse. Sogno? Sicuramente. Ma nessuno si nasconde più come facevano tutti solo qualche mese fa. Una forza interiore che può stritolare le convinzioni degli altri, anche quelli che sulla carta partono favoriti. Chi per questioni di mercato e chi per carta d'identità, è probabile che da luglio la Juve apra una nuova fase di questo ciclo straordinario. Berlino è l'ultima chiamata o quasi per un gruppo di campioni straordinari. Le motivazioni sono tutto nello sport, la leggerezza di sapere che il peggio (ovvero l'incubo di un'altra stagione gettata al vento troppo presto) è alle spalle, sono un turbo incredibile. Accadde anche all'Inter di Mou, che solo dodici mesi prima si era schiantata con fragore sullo United portando il portoghese a un passo dall'addio. Quella Inter era lievitata col passare delle partite, superando soprattutto limiti caratteriali; questa Juve ha fatto lo stesso percorso. Quella Inter aveva superato l'esame di maturità all'altezza degli ottavi a Londra contro il Chelsea, questa Juve lo ha fatto a Dortmund e poco conta che il Borussia fosse in versione ridotta: pesa più il modo. Quella Inter aveva dalla sua un pizzico di fortuna, sotto forma di un paio di chiamate arbitrali non ostili; anche questa Juve ha avuto sin qui il valore aggiunto della suerte.

Un sola incognita
La differenza sta nel condottiero, perché lo Special One era di casa negli atti conclusivi della Champions, mentre Allegri è un esordiente. Però Mou dovette superare il miglior Barcellona dell'ultimo ventennio (solo 4 partite perse su 59 stagionali, 138 gol segnati e 7 trofei alzati al cielo in dodici mesi), mentre nessuna delle altre tre pare esente da difetti. Fortissime, certo, però giocabili. Le difficoltà del Real Madrid lo dimostrano, le triplette incassate dal Bayern Monaco a Oporto e Barcellona indicano debolezze, e lo stesso vale per la corsa a strappi di Messi e compagni il cui allenatore - va ricordato - a Natale era considerato un "dead coach walking". E allora cosa manca a questa Juve per ripetere le gesta di quella Inter? Poco, forse nulla sulla carta. La sensazione, però, è che la domanda se sia più forte questa o quella squadra non sia più una bestemmia di cui vergognarsi. 

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