La Champions parla italiano

I quattro tecnici al timone delle squadre che hanno raggiunto le semifinali del torneo più prestigioso d'Europa hanno conosciuto da vicino la Serie A. Le loro storie

Il tecnico del Bayern Monaco dei record, Pep Guardiola – Credits: EPA/MARC MUELLER

Dario Pelizzari

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La Champions League parla italiano. Negli organici delle quattro squadre che hanno raggiunto le semifinali del torneo continentale più prestigioso e danaroso sono infatti numerosi i protagonisti che per ragioni di battesimo o di professione conoscono la nostra lingua. A cominciare da chi governa le panchine. Diego Simeone, Carlo Ancelotti, Pep Guardiola e José Mourinho. Dietro al successo delle regine del pallone europeo ci sono quattro tecnici che pure se in modo diverso hanno lasciato il segno nella Serie A. Non è tutto fango quello che non luccica.

Per Diego Simeone, prima firma del mezzo miracolo chiamato Atletico Madrid, l'Italia è il Paese dei ricordi e delle rivelazioni. Nell'estate del 1990 incontrò per la prima volta la Serie A con la maglia del Pisa per gentile concessione dell'indimenticabile presidentissimo Romeo Anconetani, che lo strappò ventenne al Velez per farlo crescere e prosperare sui campi di casa nostra. Andò bene, ma non benissimo. Tanto che il centrocampista argentino passò prima al Siviglia e poi all'Atletico Madrid, dove raggiunse il suo zenit come calciatore, fornendo ottime prestazioni e vincendo il campionato spagnolo nel 1996.

Come prevedibile, l'Italia tornò a bussare alla sua porta. Simeone indossò il neroazzurro dell'Inter (due stagioni, culminate con il trionfo in Coppa Uefa) e il biancoceleste della Lazio (quattro anni, durante i quali mette da parte uno scudetto). Finché non decise di salutare la Serie A per chiudere altrove la carriera. In Argentina, tutto finì e ricominciò in una nuova veste, quella da allenatore. L'eco delle buone cose prodotte in patria dall'ex incontrista arrivarono anche nel Bel Paese. Tanto che nel gennaio del 2011 il presidente Pulvirenti lo convinse a mettere a disposizione il proprio entusiasmo per la causa del Catania. Al termine di una rincorsa mozzafiato, la squadra etnea si salvò tra gli applausi del Massimino, ma Simeone non rinnovò, preferendo tornare a predicare calcio sulla panchina del Racing di Avellaneda. Sei mesi e sarebbe cominciata l'avventura all'Atletico Madrid.

Carlo Ancelotti è una delle bandiere tricolori più rappresentative al di là delle Alpi. Dopo aver vinto tanto alla guida del Milan (uno scudetto, ma soprattutto due Champions), il club nel quale aveva chiuso la carriera da calciatore, ha risposto con il sorriso agli inviti del Chelsea, del Paris Saint-Germain e, storia di oggi, del Real Madrid, che sarebbe tanto felice di trovare posto alla “Decima” nella già ricchissima bacheca dei trofei del sodalizio della capitale. Ancelotti guida un'armata di fenomeni da fare invidia pure agli sceicchi. Se non ora, quando?

Dal Barcellona al Brescia, per dare fondo alla riserva di talento da calciatore, fino al ritorno al club blaugrana, per dare lezioni di tiki-taka a tutto il pianeta. Pep Guardiola ha conosciuto la Serie A nell'estate del 2001, grazie alle insistenze del presidente Corioni, che non vedeva l'ora di sistemarlo in campo al fianco di Roberto Baggio. L'esperimento funzionò così bene che dodici mesi dopo la Roma decise di farlo suo. Peccato che nella capitale non tutto girò a dovere. E nel mercato di gennaio, Pep il condottiero tornò a vestire la maglia delle Rondinelle. Oggi al comando di un Bayern Monaco meraviglioso, il tecnico spagnolo ha confermato a più riprese di avere un ottimo ricordo dell'Italia. Certo, l'accusa di doping che gli cadde sulla testa nell'ottobre del 2001 non gli fece piacere, tutt'altro. Ma la storia (le sentenze successive) dimostrarono senza tema di smentita che era stato un brutto errore e niente più.

Per sapere cosa ha rappresentato José Mourinho per l'Inter e i suoi tifosi, è sufficiente proporre la questione agli abituali frequentatori del San Siro neroazzurro. Vi risponderanno, è quasi certo, che lo Special one in salsa portoghese ha stravolto le logiche dell'approccio interista alla materia calcistica. Di più. Ha rivoluzionato il modo di intendere il calcio fuori e dentro il campo. Con Mourinho, l'Inter ha preso il volo verso territori inesplorati e carichi di fascino. Il triplete del 2010, l'ultimo sorriso prima dell'addio. José “O Conquistador” lascia Milano per lasciarsi cullare dalle grazie (e dai denari) del Real. A Madrid vincerà ma non convincerà. Soprattutto, in Europa, dove non riesce a centrare l'obiettivo numero uno: la vittoria in Champions. Ci riproverà quest'anno alla guida del Chelsea. Forte del tifo e del sostegno a distanza del popolo interista, che venderebbe l'anima per vederlo tornare ad Appiano Gentile.

Twitter: @dario_pelizzari
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