Calcio

Caso Catania: sempre più minata la credibilità della B (e del calcio italiano)

Come già accaduto con quelle di Lotito, le intercettazioni telefoniche di Pulvirenti parlano di un campionato "aggiustabile". Fino a che punto?

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Giovanni Capuano

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C'è un passaggio delle intercettazioni trasmesse alla Dda di Catania che gela il sangue nelle vene a chi, con fatica, continua a sforzarsi di credere nel calcio italiano. Arriva alla fine della stagione, quando Antonino Pulvirenti ha ottenuto quello che voleva, e cioè la salvezza della squadra.

All'interlocutore, con tono trionfante, dice "ormai l'ho inquadrato il campionato di serie B, l'anno prossimo arrivo primo". Possibile che si tratti della millanteria di chi è convinto di poterla fare franca, o che sia solo uno scherzo tra interlocutori compromessi oltre il lecito. Può essere. Però è la seconda volta nell'arco di pochi mesi che un dirigente del nostro calcio lascia intendere, parlando al telefono, che il campionato cadetto, il gradino appena inferiore alla serie A, sia condizionabile nel suo intimo da logiche extrasportive.

Il primo era stato Lotito nell'ormai celebre chiacchierata con il dg dell'Ischia Iodice, in cui il passaggio più raggelante era quello in cui raccontava (smentito dall'interlocutore) di aver chiesto al presidente Abodi di non far salire sia il Carpi che un'altra piccola, squadre che "non valgono un cazzo" nella logica dei diritti Tv...


 


E' vero che alla fine Carpi e Frosinone in serie A sono andate e che il Catania con i suoi magheggi è stato colto sul fatto. Così come è vero che negli ultimi anni il livello d'attenzione di magistratura e istituzioni si è alzato, come testimonia lo stillicidio di inchieste che ha attraversato le estati e lo Stivale. Però c'è un qualcosa di non detto e percepito che va spazzato via, perché il sistema può anche accettare l'errore e l'infedeltà dei singoli, sia pure numerosi e radicati, ma non di veder messa in discussione alla radice la credibilità del suo prodotto. Abodi ha sempre negato pressioni e, ovviamente, margini di intervento. E' persona perbene e, dunque, va presa in parola. Ma il solo fatto che sia circondato di persone, alcune delle quali apicali nella struttura associativa come lo è Lotito oggi e come lo è stato Pulvirenti consigliere federale nel 2013, obbliga a uno sforzo ulteriore per difendere il confine.

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Bene la scelta di farsi parte lesa contro chiunque getti fango sul calcio, a patto di arrivare fino in fondo. Bene la richiesta di inasprire le pene e di rendere possibile l'aggressione patrimoniale di chi viene dichiarato colpevole senza ombra di dubbio. Bene anche gesti simbolici come il recupero di Simone Farina, l'eroe esiliato per una denuncia che lavorerà per la Lega di serie B. Però si vada fino in fondo anche nell'adottare strumenti di prevenzione, indagine e repressione sul modello di altri tornei e di diverse esperienze. C'è una cosa che Abodi e il calcio italiano non possono accettare è che il "tutti lo sapevano" diventi il pensiero condiviso di chi si occupa, sempre più stancamente, delle vicende del pallone.

E' un rischio? Al momento è anche di più. Una certezza. Non è infrequente incrociare chi disegna scenari da brivido che spesso si trasformano in realtà. Chiacchiere, qualche denuncia più alle forze dell'ordine che alle istituzioni calcistiche. Possibile che si sappia tutto senza riuscire a intervenire? Quanti altri non detti ci sono che corrispondono a tragiche verità? Senza arrivare al cuore del problema, la battaglia sarà persa e il programma del presidente, tracciato nelle inquietanti frasi smozzicate da Lotito e Pulvirenti, finirà per mangiarsi tutto. Anche la passione della gente.

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