"Un calciomercato in crisi non solo di soldi"

Decano degli agenti italiani, l'avvocato Dario Canovi punta il dito contro certi procuratori che giocano solo per sé (o solo per i club)

"Dopo un anno un giocatore davvero bravo lascia la nostra serie A": parola di Dario Canovi, decano dei nostri agenti. (Credits: Imago Economica)

Nicolò Schira

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Nel 2014 Dario Canovi taglierà il traguardo dei quarant'anni nel mondo del calcio. Tanti i campioni seguiti in questi anni dall'avvocato romano, fra i quali si annoverano giocatori del calibro di Dossena, Collovati, Falcao, Cerezo, Bruno Giordano, Di Biagio e Nesta. Oggi, fra gli altri, Canovi assiste elementi di spessore internazionale come Thiago Motta e Granquist. Abbiamo incontrato Canovi per farci guidare nei meccanismi del calciomercato ai tempi della crisi, cercando anche di capire se e come il nostro calcio potrà tornare ad avere un peso a livello europeo...

Avvocato, la tre giorni ufficiale di calciomercato a Milano ha fatto registrare un vuoto allarmante. Il calciomercato è in crisi? 

"Di certo nel calcio e non solo stiamo vivendo la più grande crisi economica degli ultimi cinquant'anni. C'è il deserto al mercato perché non c'è più la possibilità di investire, ma c'è anche poca voglia. Si vive una crisi psicologica oltre che finanziaria. Gli affari prima si facevano nelle famose riunioni degli alberghi milanesi, invece adesso tutto ciò accadeva sempre meno. Non c'è più bisogno dell'incontro fisico per chiudere una trattativa. Basta una mail o uno scambio di fax, senza dimenticare che il  giorno d'oggi ci sono tantissimi agenti che incontrano i presidenti direttamente nelle sedi o in altre location". 

Che idee si possono attuare per rilanciare il nostro calcio? 

"Il nostro movimento non è molto ricco di idee, ciò è evidente anche dal punto di vista della Lega. Le idee e le innovazioni sono assenti; e se ci sono, non si palesano. La Germania quattro-cinque anni fa ha vissuto una crisi notevolissima, ma ne sono usciti alla grande e ora hanno stadi sempre pieni, anche e soprattutto perché moderni e accoglienti, mentre i nostri sono scomodi e obsoleti, se non addirittura fatiscenti da decenni. L'unico settore del calcio professionistico che sta portando idee nuove è la Serie B grazie a un presidente attivo e intraprendente come Andrea Abodi: un dirigente che andava contro l'immobilismo delle grandi società e proprio per questo non è stato voluto al timone della Lega di Serie A. Sì, perché le big o quanto meno la maggioranza di esse hanno convenienza che tutto rimanga così". 

Sbagliamo nell'affermare che il calcio italiano non è più la meta ambita dai campioni stranieri come negli anni Ottanta e Novanta, bensì un campionato di transizione? 

"Assolutamente no. Dice bene: siamo diventati un campionato di transizione. Prima il calcio italiano era la meta più ambita da tutti i calciatori importanti e da quelli che puntavano a diventare campioni. Le faccio un semplice esempio: Marquinhos è arrivato in Italia alla Roma per emergere, ma appena esploso e diventato un top destinato al Psg. Appena dopo un anno. Non parliamo del Barcellona, ma di una squadra nuova ed emergente a determinanti livelli, a testimonianza di come le nostre squadre non siano in grado di fronteggiare la concorrenza di quelle straniere. Un giocatore bravo dopo un anno lascia l'Italia e al contempo giocatori come Tevez e Maicon arrivano da noi perché non hanno alternative migliori: tutto ciò fotografa appieno la crisi del nostro calcio. Stiamo sopravvivendo con gli scarti degli altri. Purtroppo non rappresentiamo più la prima scelta sul mercato internazionale". 

Per rilanciare il nostro calcio la ricetta giusta può essere quella di investire sui vivai? 

"Da noi è poco radicata questa mentalità. La testimonianza di come non si creda nei vivai è l'Inter, che aveva due pilastri della Nazionale Under 21 e li ha ceduti entrambi in Bundesliga. Un po' sono le società e un po' i nostri allenatori che preferiscono stare tranquilli, puntando sugli elementi più esperti. D'altronde non si possono che compatire i tecnici del nostro Campionato, dato che rischiano tantissimo. Dopo appena tre sconfitte spesso finiscono esonerati: in Italia c'è poca pazienza e quasi nessuno spazio per programmare". 

Quale modello bisognerebbe importare in Italia? 

"Dobbiamo studiare il modello tedesco impostato qualche anno fa e copiarlo pari-pari. Da noi, però, rifare uno stadio è complicato a causa dei numerosi cavilli burocratici. Non è così facile importare il modus-operandi della Bundesliga nel nostro paese". 

Torniamo al mercato, che è cambiato moltissimo negli ultimi anni: le sue osservazioni al proposito? 

"Credo sia molto più difficile condurre una trattativa oggi rispetto a qualche anno fa. In passato bastava una stretta di mano per far andare in porto un'operazione. Oggi spesso non ci si trova tutelati neppure dinanzi a un contratto già firmato...".

Lei ha portato Thiago Motta dall'Inter al Psg un anno e mezzo fa, aprendo di fatto all'esodo di campioni sotto la Tour Eiffel... 

"Thiago Motta è stato uno degli affari che mi ha dato di più nell'ambito delle soddisfazioni professionali. Un'operazione che ho condotto insieme a mio figlio Alessandro e nella quale c'è stata la grande intuizione di Thiago nel capire in anticipo come approdare a Parigi fosse un'àncora di salvezza. In Francia c'era la possibilità di competere ai massimi livelli dopo aver vinto il Triplete. Motta è stato il primo grande giocatore già affermato a sposare il progetto Psg. Adesso sono in tanti a scegliere i parigini quale destinazione professionale. Thiago è un uomo estremamente intelligente e già in anticipo aveva intuito le potenzialità e i progetti della società francese. L'arrivo di un campione come lui a Parigi ha sdoganato l'avvento dei vari Ibra, Thiago Silva, Lavezzi e Cavani. Prima di Motta nessun giocatore di alto e consolidato livello aveva sposato la causa francese".

Negli ultimi anni la categoria dei procuratori è spesso stata etichettata negativamente, tanto che si è parlato di abolizione dell'albo degli agenti. Cosa ne pensa? 

"Ci sono migliaia di vertenze fra club e fra agenti/giocatori e club in merito a contratti scritti alla Fifa. Uno dei motivi per cui volevano abolire l'albo degli agenti è perché c'erano appunto troppe vertenze fra agenti e società. Alcuni procuratori fanno più gli interessi personali che quelli dei propri assistiti, siamo dinanzi a un imbarbarimento della nostra categoria, dove spesso alcuni agenti chiedono come parcella il doppio di quanto spetta al proprio assistito. Nell'ultimo anno un club di Serie A è arrivato a elargire un paio di milioni a un procuratore e i club sovvenzionano questi agenti con cifre iscritte regolarmente a bilancio...". 

Molti agenti fanno quindi direttamente il mercato dei club? 

"Bisognerebbe chiedersi come mai serva un agente per chiudere una trattativa fra due club in merito al trasferimento di un giocatore che ha già il proprio manager. Certe società hanno ormai i loro procuratori di riferimento con i quali chiudere trattative riguardanti giocatori di altri agenti". 

Un altro fenomeno in espansione è quello dei fondi di investimento... 

"Ci sono procuratori che sono proprietari di fondi di investimento e assistono giocatori e allenatori. Questi fondi hanno investito cifre importanti, ma ci sarebbe da domandarsi perché hanno fatto tali investimenti... ci dev'essere una complicità o convenienza visto che alla fine i presidenti si rivolgono a loro". 

Fa discutere anche la possibilità di assistere a livello contrattuale gli allenatori: gli avvocati possono ma gli agenti no. Servono nuove normative? 

"Quella in vigore è una regola stupida. L'allenatore, paradossalmente, più di un giocatore ha bisogno di un'assistenza. Non è neppure corretto che un tecnico si proponga da solo a una società. Servirebbe una regolamentazione di questa norma. Parlare di deontologia professionale in questo lavoro è difficile, la definirei una parola sconosciuta in questo mondo. Ritengo però necessaria una norma che impedisca a un agente di essere procuratore di un giocatore e di un allenatore della stessa squadra". 

Negli ultimi tempi la figura professionale dell'agente è finita nel mirino di inchieste anche della magistratura. 

"Spesso noto delle violazioni regolamentari leggendo gli articoli dei giornali, eppure non succede nulla. Leggo di un intermediario che magari non è un agente Fifa, ma opera comunque sul mercato perché è l'uomo di fiducia di un club. Nonostante non sia l'agente di un giocatore, senza la presenza di alcune persone l'affare non si fa. Leggiamo sui giornali di qualche scandalo o di qualche squalifica, ma poi questi agenti continuano a lavorare tranquillamente. Poco tempo dopo ci risiamo e scoppia un nuovo caso. Forse servirebbe maggior severità: quando accade qualcosa di irregolare e viene accertata una violazione, servono condanne definitive e non temporanee". 

Siamo a metà della sessione estiva di mercato: cosa dobbiamo attenderci per le squadre italiane? 

"Non mi aspetto grandi colpi purtroppo per i nostri club. Ritengo probabile che ci siano delle cessioni importanti dall'Italia all'estero. La Serie A è un campionato che si sta impoverendo in maniera rapidissima, sta scendendo di livello in maniera vorticosa. Inghilterra, Spagna e Germania ci hanno già sorpassato e ora anche il calcio francese rischia di superarci. Gli investitori stranieri non scelgono l'Italia. Gli americani a Roma sono venuti per altre ragioni, probabilmente per costruire lo stadio. Non mi pare infatti che abbiano investito grandi capitali nella squadra giallorossa e i risultati sono stati tutt'altro che straordinari. Vediamo poi come si evolverà la situazione legata all'indonesiano Thoir, ammesso che entri nell'Inter. Le difficoltà del nostro calcio sconsigliano investimenti". 

Non vede quindi proprio alcun futuro possibile per l'Italia del pallone? 

"Pur avendo noi dei giovani molto bravi, abbiamo fior di giocatori che purtroppo non sappiamo far crescere. Ritengo sia stata un'enorme fesseria da parte dei nostri club il non aver costituito un campionato riserve. Il campionato Primavera - almeno che non sia sotto età - non fa crescere i ragazzi, mentre in campionati simili i giovani avrebbero potuto completare la propria maturazione come accade in Spagna con le squadre B. Se c'è una strada possibile, credo proprio sia questa e la Legacalcio dovrebbe ragionarci sopra".  

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