Calcio

Calcio e razzismo, basta parole: si può bandire i violenti dagli stadi

Il caso Kean ennesima brutta figura. Dall'estate 2017 la Figc e il Viminale hanno un'intesa che permette ai club di negare l'accesso ai violenti

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Giovanni Capuano

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C'è solo una cosa più insopportabile del vedere un ragazzo di colore inseguito da ululati a sfondo razzista in uno stadio di calcio nell'anno 2019. E' il dibattito che segue da episodi come quello di Moise Kean a Cagliari ed è sentire addetti ai lavori e protagonisti che si rimpallano responsabilità e ricette in un lungo e inutile rincorrersi, senza si arrivi mai al punto centrale della questione e cioé che nell'anno di grazia 2019 i razzisti dovrebbero essere banditi dagli stadi.

Un argomentare sterile, dove in fondo ognuno sostiene che sia sempre colpa di qualcun'altro. Di chi ha provocato, di chi l'ha fatto la volta prima, di chi l'ha rilevato o si è dimenticato di farlo. Della giustizia che ha sanzionato e di quella che non è intervenuta. Mai nessuno che alzi la mano per dichiararsi pronto a cambiare le cose. Come? Semplicemente utilizzando gli strumenti che già esistono, senza evocare modelli lontani e avanzati, così avanzati dal finire per essere irraggiungibili.

Dall'agosto 2017 le società hanno a disposizione il codice etico per condizionare l'ammissione all'interno dei propri impianti. E' il frutto di un protocollo d'intesa sottoscritto dall'allora Ministro dell'Interno Minniti, quello dello Sport Lotti, il Coni e la Federcalcio. Prevede in sostanza che i club si possano tutelare sospendendo o ritirando il gradimento di un singolo tifoso che abbia violato una delle prescrizioni previste dal codice. Il razzismo, ovviamente, fa parte di questo.

Le società si sono dovute dotare del codice etico. Molte inseriscono le norme all'interno del regolamento d'uso dei propri stadi, altre le vincolano alla sottoscrizione degli abbonamenti o all'acquisto dei biglietti. In linea di massima tutte prevedono la possibilità di bandire i responsabili dall'impianto.

Quando un presidente o un allenatore dice che "i razzisti vanno cacciati" dovrebbe concludere la frase spiegando cosa ha fatto in casa propria. Senza aspettare che sia qualcun'altro a dare l'esempio. Un passaggio obbligato per evitare lo sterile dibattito del giorno dopo, che parte sempre dalla stessa condanna e arriva sempre alla stessa conclusione: nulla. 


Si dirà che non si possono scaricare sulle società le responsabilità di identificare i singoli confusi in mezzo alla massa. Falso. Non è accettabile che un settore economico dal valore di oltre 3 miliardi di euro qual è il calcio di Serie A non si possa permettere di investire 300-400mila euro per ciascun impianto così da dotarsi di sistemi di telecamere di ultima generazione. Che,in realtà, già esistono in molti impianti.

Il problema è proprio culturale. Invece che spellarsi le mani nell'applaudire i colleghi inglesi che inquadrano, identificano e cacciano per sempre chi fa un gesto sconveniente o lancia in campo una banana, che i nostri presidenti badino al concreto e si rimbocchino le mani. Gli strumenti normativi ci sono. Se devono essere integrati c'è sempre tempo, mentre quello che è mancato drammaticamente fino ad adesso è qualcuno che abbia avuto il coraggio di punirne uno per educarne cento.

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