Calcio

Benefit nascosti, fatture false e società schermo: così il calcio evade le tasse

La nuova inchiesta di Napoli ricostruisce il sistema delle intermediazioni nel calciomercato. Che dallo scorso aprile è stato liberalizzato...

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Giovanni Capuano

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La premessa è che ogni singola accusa andrà provata e che la nuova inchiesta di Napoli, seppure allargata a nomi importanti del calcio italiano e molto estesa nella quantità di indagati, fotografa un malcostume diffuso ma che non rappresenta la totalità del modo di operare degli addetti ai lavori. Come nell'estate del 2013, quando la stessa Procura aveva sollevato il velo sul mondo delle intermediazioni da calciomercato ipotizzando le stesse fattispecie di reato e coinvolgendo molti dei protagonisti delle carte di oggi.

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L'ipotesi dei magistrati napoletani, però, riporta a galla alcune delle falle del sistema-calcio (non solo in Italia) che ha spinto la Fifa a intervenire negli ultimi anni liberalizzando la professione di intermediario nelle contrattazioni per provare a guadagnare trasparenza. Il motivo? Solo un quarto dei trasferimenti internazionali veniva concluso utilizzando agenti in possesso di regolare licenza mentre la maggior parte girava già nelle mani di soggetti non titolati e, spesso, sfuggiva al controllo della stessa Fifa.

Dal 1° aprile 2015, dunque, nuove regole (compresa la possibilità per un agente di seguire sia il giocatore che il club in un trasferimento) e niente più esame di abilitazione per fare l'attività di intermediazione nei trasferimenti che è quella finita sotto la lente di ingrandimento della Procura di Napoli. Procuratori e agenti al lavoro per mettere d'accordo domanda (dei club) e offerta (di giocatori) e pagati dalle società anche per la parte di assistenza ai proprio calciatori.

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Un meccanismo grazie al quale la mediazione veniva fatturata e liquidata interamente dai club diventando una fetta sempre più consistente dell'affare, tanto da trasformarsi in un vero e proprio benefit a favore delle stelle del pallone senza, però, che questi dovessero dichiararlo nei propri contratti. Secondo l'ipotesi di reato disegnata dai magistrati e dalla Gurdia di Finanza, il vantaggio era evidente: per i calciatori si trattava di guadagnare più di quanto scritto ufficialmente nelle carte federali e segnalato al Fisco per il calcolo delle tasse, mentre per i club il risparmio era doppio.

Far figurare una parte dei compensi sotto forma di attività di intermediazione, infatti, consentiva di eludere il pagamento della parte fiscale e previdenziale che è legata allo stipendio (e che porta le cifre nette a raddoppiare), sostituendola con aliquote inferiori e scaricabili come costi di attività. 

Così - secondo i magistrati - il calcio italiano frodava lo Stato. Poi si apre il capitolo delle società 'schermo' e quello dei tentativi di portare in paradisi fiscali i guadagni della propria attività di calciatori, intermediari e dirigenti sportivi soprattutto, nella ricostruzione della Procura, lungo l'asse Italia-Argentina. Non a caso uno dei più praticati dai club e dagli addetti ai lavori. Accuse che andranno provate, ma che il sistema avesse delle falle era sospetto da tempo.

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