Calcio

Calcio e Brexit: così potrebbe cambiare la Premier League fuori dall'Europa

Più della metà dei giocatori sono stranieri: Payet, De Gea, Diego Costa e tanti altri fuori dalle regole. Possibile la scrittura di nuove norme

Leicester City v Everton - Premier League

Giovanni Capuano

-

Un autentico terremoto che rimette in discussione il primato della Premier League sul calcio europeo e mondiale. La Brexit rischia di cambiare profondamente lo scenario del pallone, rendendo più debole e attaccabile il sistema inglese che si stava avviando al dominio economico e tecnico sulle altre principali leghe del continente, forte di un contratto tv da 7 miliardi di euro che ne sancirà l'assoluto valore globale.

Ora, invece, cambia tutto. Non subito, perché il processo di uscita dall'Unione Europea non sarà immediato e non avrà ripercussioni già da questa stagione. Ma i dirigenti della Premier League dovranno fare i conti con un futuro dai contorni indefiniti, in cui serviranno nuove regole perché quelle attuali porterebbero a un impoverimento irreversibile del campionato più bello del mondo.

Senza permesso di lavoro oltre 300 giocatori

Il giorno in cui gli inglesi saranno effettivamente fuori dall'Unione Europea decadrà lo status di lavoratori comunitari. Vale per qualsiasi persona si trovi in questo momento a Londra e dintorni a caccia di un posto, ma vale anche per i giocatori di calcio, spesso vere e proprie star.

Il conto (stimato perché siamo in piena campagna ci mercato) è stato fatto alla vigilia del voto sulla Brexit: 332 calciatori comunitari calcano i campi della Premier League, della Championship e della prima divisione scozzese.

Un vero esercito che si troverà costretto a fare le valigie e a tornare a casa. O, meglio, a rientrare in Europa dove continueranno a valere le attuali norme sullo status di comunitari. In Premier League, invece, no. Un italiano, francese, spagnolo o tedesco sarà equiparato a un brasiliano o argentino: straniero. E quindi ricadrà sotto una normativa differente e più stringente.

De Gea, Payet, Diego Costa e gli altri

Per fare qualche esempio concreto, quando la Brexit sarà operativa giocatori come De Gea, Payet, Kanté, Diego Costa e tanti altri non avranno piÙ la certezza del contratto con un club inglese. Un terremoto che dovrà essere in qualche modo normato perché in gioco ci sono accordi multimilionari che non sarà semplice cancellare con un singolo tratto di penna. Si calcola che 100 di questi giocatori siano in Premier League dove solo 23 dei 180 stranieri in forza ai club sono ad oggi in possesso di regolari requisiti per restare.

E' anche per questo che i dirigenti della Premier e di molte società si erano esposti per il Remain paventando il rischio del ridimensionamento. Le norme per gli stranieri oggi sono molto stringenti. Gli extracomunitari possono essere ingaggiati solo se in possesso di un adeguato curriculum nelle rispettive nazionali: 30% di presenze nelle ultime due stagioni se la nazione è nella Top10 del ranking Fifa, 45% se scivola dall'11° alla 20° posizione e 60% tra la 21° e la 30°.

Possibile che si debba riscrivere tutto, cosa che la Brexit in parte consentirà perché la Premier League non dovrà più sottostare alle regole generali del mercato del lavoro aperto e potrà scegliersi il proprio destino. Non è detto, insomma, che ci debba essere una deportazione forzata di piedi nobili, ma il tema andrà affrontato e in tanti spingono per una 'nazionalizzazione' del campionato.

Arsenal, Watford e Manchester United le più penalizzate

Provando a fare una classifica di chi avrà più problemi nell'adeguarsi alla nuova realtà, esce che Arsenal, Watford e Manchester United sono i club a più forte vocazione europea avendo in rosa tutte almeno 13 giocatori che fin qui hanno goduto di questo status. Poi Sunderland e Stoke City (12), Southampton, Aston Villa e Newcastle (11), Liverpool (10) e via via a scendere fino alla cenerentola Bournemouth (2).

Ma qualche problema ci sarà anche per i mercati calcistici che esportano verso la Premier. Ad oggi quelli che forniscono più giocatori sono Francia, Spagna, Irlanda, Belgio e Olanda. Nell'immediato non cambia nulla, ma molti operatori di mercato hanno detto per tempo che un'Inghilterra fuori dall'Europa e con regole diverse rischia di diventare meno attrattiva.

La Premier e la sterlina: cosa succede sul mercato?

Parliamo di un sistema che solo nell'ultima stagione ha investito 1,4 miliardi di euro in cartellini con un passivo di 740 milioni: il doppio e più rispetto a Serie A (663 milioni spesi sul mercato), Liga (594 milioni), Bundesliga (467 milioni), Chinese Superleague (400 milioni) e Ligue1 (350 milioni). Dal 2011 a oggi i club della Premier hanno riversato 5 miliardi di euro sul mercato europeo. Il rischio dell'effetto domino è sotto gli occhi di tutti.

La sterlina deprezzata, i cui effetti si sono misurati anche nelle ore successive alla Brexit, avrà meno potere d'acquisto e finirà per sterilizzare il vantaggio competitivo del maxi contratto sui diritti televisivi.

In assoluto potrebbe non essere un male, ma all'interno del sistema della Premier League rischia di accentuare le differenze tra grandi e piccoli. I top club, magari legati a proprietà di altri mercati (Asia, Nord America e paesi arabi), potrà parare il colpo, ma storie come quella del Leicester che vince anche grazie ai soldi delle tv spalmati su tutti in grande quantità saranno sempre più difficili.

Addio mercato dei giovani

Un effetto abbastanza scontato sarà l'impossibilità per gli operatori di mercato inglesi di fiondarsi sui giovani talenti del resto d'Europa. Le regole Fifa vietano i trasferimenti per chi abbia meno di 18 anni, lasciando una deroga solo per i movimenti all'interno della UE o dello Spazio Economico Europeo (SEE) per i ragazzi tra i 16 e i 18 anni. E' la formula usata per prendere Fabregas, Pogba e tanti altri. Non potrà più succedere.

Negli altri campionati festeggiano, ma in generale è una contrazione delle opportunità per tutti. L'Europa del calcio perde la sua guida. Non tecnica, considerato il dominio spagnolo nelle coppe, ma economica e di riferimento. Nessuna modifica, invece, dello status di aderente alla Uefa che affilia al suo interno anche nazioni non UE. Dunque non ci sarà alcuna limitazione alla partecipazione a Champions ed Europa League.

Per saperne di più

© Riproduzione Riservata
tag:

Commenti