Brasile 2014, riflessioni per un Mondiale

Chi è favorito (e perché), chi sono gli outsider; analisi tecnica del campionato che sta per cominciare - Lo Speciale di Panorama

Il Brasile attorno a Scolari durante una seduta di allenamento – Credits:  Claudio Villa/Getty Images

Giovanni Capuano

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Una sola volta il Mondiale è stato vinto fuori continente: Brasile 1958, troppo forte per tutti, anche per la cabala. Poi l’abitudine a non trionfare dall’altra parte dell’oceano è ripresa e i successi del Brasile in Giappone (2002) e della Spagna in Sudafrica (2010) sporcano solo la statistica perché mai una nazionale asiatica o africana ha corso per vincere. E’ un dato da tenere in conto quando si prova a immaginare il Mondiale brasiliano anche se, mai come questa volta, è impossibile sostenere che Argentina e Brasile siano superiori a tutti.

SULLE SPALLE DI NEYMAR - ‘Scusa Neymar, ma questa volta non farò il tifo per voi' dice il testo dell’inno (non ufficiale) dei contestatori del Mondiale. La Selecao vivrà come in terra straniera? Felipe Scolari si augura di no, perché così fosse sarebbe difficile cancellare il fantasma del ‘50. Il Brasile è forte, ma non dominante. Ha un portiere che negli ultimi due anni ha giocato (poco) con QPR e Toronto, una difesa ‘europea’, un centrocampo imbottito di trequartisti e un attacco con una sola stella. Ruota tutto intorno a Neymar, astro nascente che a Barcellona ha faticato a imporsi. 

MESSI, ULTIMA CHIAMATA – Se Neymar è il Predestinato, Leo Messi è l’uomo più atteso. L’Albiceleste non vince dal 1986 (in Coppa America dal lontano ’93), ma sente di poterlo fare proprio in casa dei cugini. Maradona si laureò campione a 26 anni, trascinando l’Argentina a Città del Messico. Messi ne compirà 27 nel mezzo della rassegna e tutti si aspettano che sappia completare il percorso da numero uno. Viene da una stagione travagliata, con in mezzo un infortunio, ma anche meno logorante rispetto al passato. Con lui un attacco imbottito di classe (Aguero Higuain, Lavezzi e Palacio con Tevez lasciato a casa da Sabella) e qualità calante nel reparto difensivo. 

GLI ORFANI DEL TIKI TAKA – Ha mandato le due Madrid in finale e domina in Europa. Eppure la Spagna sembra un esercito senza punti di riferimento. La crisi del Barcellona non può non avere riflessi per Del Bosque. Messi e Cristiano Ronaldo non sono spagnoli, Diego Costa è stato imbarcato all’ultimo momento e potrebbe essere la chiave per una rivoluzione tattica. Preoccupa la flessione di Xavi, Fabregas e Iniesta, mentre dà garanzie la solidità difensiva. Ripetere il successo del 2010 in Sudafrica non sarà semplice.

SULLA SCIA DEL BAYERN MONACO – Semifinali perse in Sudafrica contro la Spagna e all’Europeo contro l’Italia. Impossibile non pensare ai tedeschi come favoriti, visto che rappresentano il movimento più vivo del Vecchio Continente. Loew ha la spina dorsale del Bayern (Neuer, Lahm, Boateng, Gotze, Kroos, Muller, Schweinsteiger) e il blocco del Borussia Dortmund, gente nel pieno della maturità e con esperienza internazionale da vendere. Unico dubbio è l’assenza di un vero attaccante top, ma la batteria delle mezze punte garantisce qualità e pericolosità. 

OUTSIDER IN CERCA DI GLORIA – Le altre sono tutte un gradino sotto, a partire dall’Italia. Restando alle europee desta curiosità il Belgio di Wilmots: Courtois, Kompany, Lukaku, Hazard, Fellaini, Mertens solo per citare i nomi più famosi. La Francia spera nell’esplosione di Pogba, l’Inghilterra ha il problema di uscire viva da un girone infernale che succhierà energie, il Portogallo e l’Olanda presentano individualità ma sembrano incomplete. Semmai, occhio all’Uruguay che può schierare Cavani e Suarez, coppia che quasi nessuno si può permettere e che, specie dopo il ko di Falcao, si fa preferire alla Colombia nel ruolo di terza incomoda sudamericana. 

LE ALTRE – Il Cile di Sanchez e Vidal, la Russia che sta costruendo il quadriennio che porterà al Mondiale in casa, il Giappone di Zaccheroni, la solida Svizzera e, magari, un’africana capace di confermare la tradizione che da Italia ’90 in poi vuole il nuovo calcio competitivo ma non vincente. Rispetto al passato, però, si fatica a trovare un riferimento sicuro. Sarà un Mondiale difficile anche per le outsider. Serviranno corsa e sacrificio per rompere il dominio delle grandi.

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