Calcio

Amnesty International: "La brutta faccia dei Mondiali di Qatar 2022"

Un report dell'organizzazione accende i fari sui soprusi ai danni degli immigrati impiegati nella costruzione di stadi e altre strutture

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Paolo Corio

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"La mia vita qui è come essere in prigione. Il lavoro è difficile, ci fanno faticare per ore sotto il sole cocente. Quando ho protestato per le condizioni in cui mi sono ritrovato, subito dopo essere arrivato in Qatar, il mio capo mi ha detto: 'Se vuoi, puoi protestare più in alto, ma ci saranno delle conseguenze'. Se invece vuoi rimanere in Qatar, datti una calmata e continua a lavorare'. Ora sono obbligato a rimanere qui". E' la testimonianza di Deepak che apre il report di Amnesty International sugli abusi ai danni dei lavoratori impiegati nella ristrutturazione del Khalifa International Stadium e nella realizzazione della Aspire Zone, una sorta di "Città dello Sport" che con l'impianto di Doha sarà il cuore dei Mondiali di calcio 2022 in Qatar.

Un calcio... ai diritti
Il titolo del documento non lascia dubbi sulle conclusioni cui sono arrivati gli incaricati di Amnesty International dopo aver intervistato 234 immigrati impiegati nei lavori di costruzione: "La brutta faccia del meraviglioso gioco". Un lato oscuro del calcio fatto di soprusi di vario genere, a partire dal ritiro del passaporto da parte del datore di lavoro che annulla in pratica qualsiasi successivo diritto: quello di protesta come quello di tornare indietro o anche solo di trovarsi un'occupazione più decente in Qatar. Con il resto che viene praticamente da sé: salari assai più bassi di quelli promessi al momento del reclutamento, alloggi ben lontani dagli standard minimi richiesti, ritardi nel pagamento degli stipendi che possono arrivare a diversi mesi e, caso estremo ma reale, situazioni di veri e propri "lavori forzati", con persone costrette a lavorare in condizioni disumane in attesa di una paga che però non viene mai consegnata...

 


"Dio sa che ci sono giorni in cui credo proprio di non farcela più, in cui tutto mi sembra troppo. Il mio salario base è di 160 dollari al mese, la maggior parte dei quali se ne vanno per il prestito che ho dovuto sottoscrivere per arrivare qui. L'unica cosa che mi tiene in vita è il pensiero dei miei figli": quella di Sakib, giardiniere all'Aspire Zone, è un'altra delle testimonianze evidenziate nel report a simboleggiare lo stato d'animo, oltre che lavorativo, di tanti immigrati. Per un quadro così fosco e in diversi casi drammatico a livello dei diritti dei lavoratori che si arriva paradossalmente e ironicamente a sorridere al racconto dell'immigrato assunto come elettricista e finito poi a fare il saldatore senza naturalmente poter accennare alla minima protesta... Così come è meglio tacere e dissimulare in caso di malattie e infortuni, perché troppo alto il rischio di perdere l'impiego senza peraltro poter ricevere cure né avere la possibilità di tornarsene a casa.

Di chi è la colpa?
Tutte dettagliatamente documentate, le storie raccolte da Amnesty International sono state girate "per opportuna conoscenza" tanto al Governo del Qatar quanto alla Fifa e alla Supreme Committee for Delivery and Legacy, la Commissione costituita dai primi due per coordinare e controllare i lavori dei Mondiali 2022. Le reazioni? Praticamente nulla quella della Fifa, persa tra l'altro negli scandali della gestione Blatter (che per inciso fu il primo sponsor dell'evento in questione), pilatesca invece quella del Governo qatariota: "In generale, i fatti dettagliati nella vostra lettera riguardo ad abusi e mancato rispetto dei diritti dei lavoratori impiegati nella realizzazione delle opere della World Cup riguardano singole compagnie coinvolte nelle opere e altre che lavorano in subappalto a vario titolo. Tutte queste compagnie sono comunque chiamate a rispettare le leggi del Qatar, con particolare attenzione all'impiego dei lavoratori".

Una replica per certi versi beffarda, alla quale si aggiunge un'ulteriore beffa per gli immigrati impiegati nei cantieri: come sottolineato nel report di Amnesty International, infatti, nell'ottobre del 2015 l'Emiro ha approvato una nuova legge sui lavoratori immigrati (la "Sponsorship Law", in vigore dal prossimo 14 dicembre 2016) che se da un lato toglie il vecchio vincolo di non poter per due anni in Qatar dopo il rimpatrio per scadenza del contratto di lavoro, dall'altro impone a ciascun immigrato di avere il permesso del datore di lavoro (lo "sponsor", appunto) per poter cambiare impiego o rientrare anzitempo nel paese d'origine. "Uno strumento-chiave di controllo e coercizione per facilitare gli abusi dei datori di lavoro", si legge nel report nel capitolo intitolato senza molte speranze "Un sistema che continua a permettere gli abusi".

Un alleato, ma limitato...
A salvarsi almeno parzialmente dalle critiche di Amnesty è la Supreme Committee for Delivery and Legacy, che dopo aver preso atto delle segnalazioni e aver anche permesso agli osservatori dell'organizzazione di ispezionare alcuni cantieri, s'è almeno parzialmente impegnata in un'attività di controllo e di miglioramento delle condizioni degli immigrati impegnati a realizzare le strutture dei Mondiali. Una particolare nota di merito assegnata da Amnesty alla Commissione è ad esempio quella di aver realizzato "Labour City", un nuovo complesso con adeguati alloggi e spazi ricreativi per i lavoratori, che però continua a rimanere un'eccezione. E che ha però colpito il personale di Amnesty in visita non solo per la qualità delle infrastrutture, ma anche per l'alto grado di sorveglianza della zona, con videocamere a inquadrare ogni angolo e un numero di guardie più consono a una prigione che a una struttura dedicata al riposo e alla ricreazione...

L'altro, più sostanziale dubbio espresso da Amnesty International nel report è poi quello che la Supreme Committee for Delivery and Legacy possa agire solo a livello delle principali ditte sotto contratto per i Mondiali, ma non nel vasto sottobosco di sub-appalti che si è generato e continuerà a generarsi da qui al 2022. Così, se da un lato il report contribuirà ad accendere un po' di più i fari sulle condizioni di lavoro degli immigrati, dall'altro è facile supporre che a livello generale (con 11 impianti in realizzazione oltre al Khalifa International Stadium e a tutte le altre strutture ricettive) la situazione rimarrà tale fino al fatidico calcio d'inizio. Quando l'attenzione dei media sarà da mesi puntata sui protagonisti in campo e su quelli che, se la Fifa confermerà la sua dichiarazione d'intenti, saranno anche i primi Mondiali invernali nella storia del meraviglioso gioco dalla non sempre bella faccia.

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