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Calcio

La rivincita di Allegri: dagli insulti all'amore dei tifosi della Juve

Nessuno lo voleva a Torino, e invece Max ha conquistato tutti portando i bianconeri a vincere lo scudetto 2015

Fermo immagine uno, esterno giorno: la macchina con a bordo Allegri, Marotta e Agnelli viene accolta da insulti e grida all'ingresso a Vinovo. Siamo a metà luglio e da poche ore Max è l'allenatore della Juventus. Prende il posto di Conte che se n'è andato lasciando sotto choc tifosi e ambiente. In quelle stesse ore, con una punta di veleno, chi è vicino all'ormai ex tecnico bianconero sibila al telefono: "Pensano di poter essere indipendenti da Antonio. Vedrete che non ci riusciranno...". Del debutto di Allegri non tutto piace. Non l'understatement con cui si presenta provando a cancellare Conte, che per il popolo rappresenta un condottiero, e nemmeno l'idea che possa schierare una Juve meno feroce e affamata di quella che ha appena conquistato lo scudetto dei record ma che l'oggi ct della nazionale considera arrivata al capolinea e non in grado di crescere, soprattutto in Europa. Max non piace e non fa nulla per piacere anche se in cuor suo crede di essere al posto giusto al momento giusto.

Del resto in estate, quando veniva accostato ad altre panchine come quella della Lazio o, addirittura, alla nazionale post-Prandelli, Max con gli amici si era un po' lasciato andare: "Aspetto una proposta importante. Ho vinto lo scudetto con il Milan, sono un allenatore di prima fascia e posso permettermi di scegliere". Niente Figc e niente club di medio calibro. I maligni dicono che avesse già in tasca la promessa della Juventus, pronta a liberarsi di Conte al primo capriccio dopo il braccio di ferro di maggio e la conferma via Twitter. Gli altri spiegano che semplicemente aveva scommesso su se stesso, facendo bingo al momento della chiamata di Marotta. Che, deve essere chiaro, non arrivò a sorpresa seppure in corsa ci fossero anche Mihajlovic e Spalletti, poi scavalcati nelle preferenze bianconere. Questa è storia, però, mentre la cronaca racconta altro e in particolare del difficile approccio a Torino.

 

Il fermo immagine numero due porta dritti al 25 luglio 2014, giorno della sconfitta con i dilettanti del Lucento. La gente della Juve strabuzza gli occhi, abituata a non perdere mai, nemmeno nelle partitelle del giovedì. Lui per la prima volta dispiega il suo credo: non serve vincere tutto subito, l'importante è arrivare in fondo. Discorso che l'universo bianconero non è ancora disposto a comprendere, ma che tornerà buono avanti quando Allegri sarà un fenomeno nel non farsi stritolare dal confronto impossibile con i 102 punti di Conte. Bravo a livello dialettico e poi in campo, con il cammino europeo che, un tassello dopo l'altro, gli consegna la Juventus cancellando il passato. Addio rimpianti e vedove. Anzi, quando Conte si presenta a Vinovo da ct nel mezzo della tempesta tra Figc e nazionale trova un tecnico così padrone di casa da dettare tempi e argomenti dell'agenda. Antonio ne esce abbacchiato e battuto, Allegri fa un ulteriore passo nell'indice di gradimento dei tifosi e della società.

La terza immagine è quella della notte di Dortmund, quando con un capolavoro tattico la Juve schianta il Borussia e vola ai quarti. E' vero, non è la miglior espressione della squadra di Klopp, però nemmeno il Galatasaray era un top club e Conte ci aveva sbattuto contro nella neve di Istanbul sporcando la sua carriera europea. Al Westfalenstadion anche i più critici capiscono la differenza tra prima e dopo; anche lo spogliatoio esce allo scoperto e Max incassa il pieno appoggio degli anziani. "Avevamo bisogno di cambiare e di dimostrare che non si vinceva solo per Conte" è la frase più gettonata. Poi arrivano le battute di Marotta sui ristoranti da 100 euro e il cerchio si chiude: se indipendenza doveva essere, indipendenza è stata raggiunta. Nessuno alla Juve conta più del club e il successo di Allegri non è altro che la conferma di questo vecchio assioma che governa la vita a Torino e dintorni.

In fondo sono passati solo 16 mesi dal 13 gennaio 2014, giorno dell'esonero dalla panchina del Milan. Se n'era andato bollato come incapace e si è preso una grande rivincita. Berlusconi lo aveva marschiato a fuoco scaricando su di lui ("Non capisse un cazzo") i problemi della società che erano ben altri e non solo tattici. Solo Galliani lo aveva difeso fino alla fine, convinto delle capacità di un uomo che al primo colpo era stato capace di vincere lo scudetto (e non solo per Ibra) e che poi ne aveva perso uno in circostanze particolari e nella terza stagione aveva compiuto un piccolo miracolo spingendo la squadra fino al preliminare Champions. La sua avventura rossonera avrebbe dovuto finire lì, accettando la Roma e chiudendo con un anno d'anticipo. Allegri ha sbagliato allungandola, ma il destino lo ha premiato. Ora si gode la sua rivincita, padrone incontrastato di casa Juve.

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