Calcio

Allegri, lo strano destino di un vincente che non riesce a farsi amare

Sopportato nei successi, criticato le poche volte che scivola. Il tecnico e un futuro lontano dalla Juventus dopo un ciclo record

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Giovanni Capuano

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E' un motivetto che suona ininterrotto dal 2014, giorno in cui mise piede a Vinovo. La Juventus vince? Lo fa perché è talmente superiore agli avversari da non poter fare altrimenti (variazione dell'iniziale "vince perché sfrutta ancora il lavoro di Conte"). La Juventus perde o pareggia? Colpa di Allegri che, comunque, non è riuscito a dare un gioco alla squadra che anche quando vince annoia.

Arriverà il momento in cui qualcuno analizzerà e riuscirà a spiegare il rapporto di amore (poco) e odio (molto) dei tifosi juventini nei confronti del tecnico che ha portato a Torino dieci titoli in quattro anni e mezzo e che è stato messo in discussione sempre. Prima perché fresco del suo passato milanista, con trascico polemico non ancora del tutto sopito, poi per le qualità di tecnico.

Dimenticando i risultati del campo e le vittorie che, pure, sono nel dna della Juventus tanto da essere stampate anche sul colletto della maglia. "Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta" vale per tutti ma non per Allegri, cui si chiede di essere aziendalista, condottiero, profeta del divertimento e allo stesso tempo interprete di quella concretezza sabauda per cui alla fine tutti i conti si fanno semplicemente guardando gli albi d'oro.

Il momento in cui Max passerà da cronaca a storia per il mondo Juve si sta avvicinando. Mai come questa volta, l'impressione è che il ciclo sia sia fisiologicamente consumato e l'uomo che ha portato i bianconeri fuori dall'esperienza-Conte, di nuovo a un passo dalla vetta europea e a consolidare la supremazia sul calcio italiano potrebbe davvero chiudere. Comunque vada in Champions League e a maggior ragione se il cammino nell'anno di Ronaldo dovesse chiudersi a marzo al cospetto di Simeone.

Sarebbe un peccato uscire male da un'esperienza esaltante. Darebbe fiato ai critici e al partito di coloro - non pochi - che ne hanno sempre disconosciuto la statura internazionale relegandolo all'immagine di un provinciale fortunato. Non che Allegri non abbia commesso errori, anzi, ma il pregiudizio nei suoi confronti ha sfidato a volte la logica analisi dei numeri e delle situazioni.

La Juventus è cresciuta con e (anche) grazie ad Allegri. Lui è stato capace di supportare in campo le strategie della società, ha cambiato moduli e scelte adattandole ai tempi, ha valorizzato il parco giocatori, non si è mai messo di traverso e non ha mai bruciato un investimento perché non completamente adatto al suo calcio.

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– Credits: ANSA/DI MARCO

Nessuna di queste qualità gli viene riconoscita dal popolo bianconero, pronto ad abbracciare il predestinato Zidane con il suo sangue nobile (come se Allegri avesse un pedigree di cui vergognarsi) senza smettere di sognare il ritorno del condottiero Conte.

Se davvero siamo all'epilogo della storia, l'augurio è che i prossimi tre mesi servano almeno per un riconoscimento tardivo e postumo del lavoro fatto da quel giorno dello sbarco, contestato, a Torino. Non si chiedono cori e striscioni, ma almeno che cessi il brusio di sottofondo che accompagna ogni prestazione della squadra. Che se vince lo fa per merito di altri e nelle rare sconfitte continua ad avere un solo padre.

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