Spinelli: "Quanto mi costa la passione per il calcio"

Il decano dei presidenti della serie A, parla senza peli sulla lingua dei suoi colleghi salvando solo Massimo Moratti

Il presidente del Livorno Aldo Spinelli (Getty Images)

di Raffaele Panizza

Davanti a ogni domanda, e prima di proferir parola, il commendator Aldo Spinelli alza gli occhi al cielo, cinge le mani e s’abbandona a una supplica: «La prego, questo non me lo faccia dire». Salvo poi, ottenuto il permesso dai suoi santi, mollare gli ormeggi ed entrare in confessionale, perché 28 anni consecutivi nel mondo del calcio (record condiviso col presidente del Brescia Luigi Corioni) sono un peso troppo grande da sopportare da soli. Proprietario di un’azienda da 200 milioni di fatturato (lo Spinelli Group possiede un terminal nel porto di Genova, 600 mezzi per il movimento terra e alcuni centri intermodali sparsi per tutta Italia), inizia l’avventura calcistica nel maggio 1985 rilevando il Genoa, allora in serie B, portandolo a una storica qualificazione Uefa. Nell’ottobre 1997 vende i rossoblù e compra l’Alessandria (giusto il tempo di esonerare l’allenatore, il malcapitato Roberto Pruzzo) e quasi in contemporanea acquista il Livorno in C1, facendogli riconquistare la massima serie dopo 55 anni. Nel frattempo gliene capitano di tutti i colori: vede morire in campo Piermario Morosini, ucciso da una crisi cardiaca a Pescara, il 14 aprile 2012. Osserva lo spettacolo infernale di 300 teppisti che mettono a ferro e fuoco un quartiere di Genova per una promozione in A mancata d’un punto. Viene quasi linciato da un gruppo di ultrà toscani che tentano di sfondare la tribuna vip. È il primo a ingaggiare, nel 1994, un calciatore giapponese, Kazu Miura. L’unico presidente poi ad avere indossato una maglia con scritto «Sotto Effetto Daspo» in solidarietà con gli ultrà diffidati. Uno dei più acerrimi «Che guevara» della Lega calcio, pronto a combattere battaglie eternamente perdenti per una più equa spartizione dei diritti televisivi. Il primo a proporre l’azionariato popolare e a tentare di vendere una squadra italiana a imprenditori esteri. Scopritore di talenti come Protti, Lucarelli, Diamanti, Chiellini e di tecnici come Mazzarri e Donadoni. Una specie di pioniere seriale. Nel bene. E nel male.

Quanto ci ha rimesso in 30 anni di calcio?

Non me lo faccia dire, la prego. Moglie e figli mi criticano già abbastanza.

Si liberi.

Direi tra i 50 e i 60 milioni di euro.

Che cosa avrebbe fatto con quei soldi?

Ci avrei comprato tre terminal al posto di uno. E altri 1.000 camion. Ma se vuoi stare nel calcio devi accettare l’idea che lui si mangi tutti gli utili delle tue aziende. Diversamente, fai brutte figure, e perdi 7 a 0.

Ogni riferimento al Sassuolo di Giorgio Squinzi è puramente casuale...

Squinzi ha investito. Magari paga un po’ d’inesperienza. Tra le nuove leve il più frizzante sembra Aurelio De Laurentiis.

Le ha pure dato dell’accattone perché non gli ha comprato il centrocampista Donadel.

De Laurentiis è un po’ nervoso, più che altro. A Genova diciamo «gaseu», troppo gasato.

Lei non si scompone a quanto pare.

Io? Ma sa quanta ne ho vista passare di ’sta gente? I vari Calisto Tanzi, i Sergio Cragnotti. Sono spariti tutti quanti.

Il presidente del Napoli non sembra intenzionato a sparire, però. Anzi, dice che in Lega ha preso in mano tutto lui.

Ma va’, non ha preso in mano proprio un bel niente. Grida, strepita e basta.

Chi è il demonio che uccide voi piccoli?

Chi attualmente fa il bello e cattivo tempo è Claudio Lotito: perennemente in cattedra, parla solo lui. Arriva alle riunioni con la scorta, per fare un po’ di scena, secondo me. Poi ci sono quelli che gli vanno dietro, tipo Antonino Pulvirenti e Adriano Galliani.

Non ci sono più i gentiluomini di una volta, Dino Viola, Romeo Anconetani, Corrado Ferlaino?

Non nomini Ferlaino, il presidente più scorretto della storia insieme a Fabrizio Corsi dell’Empoli. Si rimangiarono due contratti già firmati, per Ruotolo e Montella: è un bene che certa gente non sia più nel calcio.

Chi è il gran signore del football nazionale?

Massimo Moratti. A cui consiglio di non lasciare: senza calcio nella vita manca adrenalina.

Dalla fine degli anni 90 a oggi ha detto «smetto» almeno due volte l’hanno. Parla da drogato, lo sa?

Il calcio ti entra dentro. Vendere è difficile, a Livorno l’ultima giornata abbiamo incassato 15 mila euro: tra steward, Croce d’oro, energia, ogni domenica ho 40 mila euro di spese.

Come fa a non fallire?

Ripiano i debiti ogni tre mesi.

Con la tessera del tifoso nessuno va più in trasferta ed è sparita anche la percentuale per le squadre ospiti. Lei la abolirebbe?

Istantaneamente. E mi stupisco che questo governo non l’abbia ancora fatto.

Economicamente i calciatori quanto pesano?

Molto. Sono pagati troppo, sono viziati.

Colpa di chi?

Dei procuratori, che strozzano le società e sono diventati il vero male del calcio italiano.

Faccia i nomi di qualche strozzino.

Non si può. Hanno in mano il destino delle nostre squadre.

Nel calcio si fa molto «nero»?

Macché. Al massimo si fa qualche regalino se la squadra vince, anche se non si può dire, perché andrebbe dichiarato tutto, pure un orologio. Quando vinciamo, infatti, cerco di non entrare mai negli spogliatoi: appena metti dentro il naso, quelli battono cassa.

Luciano Moggi lo sente ancora?

L’ho chiamato tempo fa per chiedergli una mano per l’acquisto di Calaiò dal Napoli. Moggi lo sentono ancora tutti, i suoi consigli sono molto utili ancora oggi.

A Calciopoli, all’enormità dello scandalo scommesse, ci crede?

Non so. Dico solo che sono state inquisite tutte le squadre con cui abbiamo perso. Episodi che ci sono costati una retrocessione.

Per tutelarsi a un certo punto telefonò al designatore Paolo Bergamo.

Feci di più: chiamai il Quirinale chiedendo l’intercessione del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Ma ovviamente non mosse un dito. Anzi, l’unica volta che si presentò allo stadio perdemmo (2 a 1) col Chievo, e non ci diedero un rigore grande come una casa.

Su Antonio Giraudo disse: ha rovinato il calcio italiano, ma sarebbe un ottimo presidente di Lega.

Quando lui è entrato nel calcio le grandi società hanno cominciato a prendersi la torta più grossa dei diritti televisivi, falsando per sempre il gioco. Ma rimane uno valido, capace, anche se un po’, come dire...

Squalo.

Ecco, bravo, uno squalo.

Quanti allenatori ha potato?

Una trentina, direi. È capitato anche che ne pagassi quattro contemporaneamente.

L’esonero più sbagliato?

Quello di Roberto Donadoni: credetti ad alcuni giocatori che mi parlavano male dei suoi metodi. Una delle mie tante belinate.

Mi dica il difetto peggiore dell’osannatissimo Walter Mazzarri.

Quando ha screzi coi giocatori, non affronta la situazione e tira in ballo la società. Gli piace che gli si levino le castagne dal fuoco.

Il suo gruista più pagato, al porto, quanto guadagna?

Intorno ai 7 mila euro, lordi.

Il suo calciatore più pagato?

Paulinho: ne prende 800 mila.

Se domani si licenziasse il migliore dei suoi portuali, oppure se ne andasse Paulinho, quale perdita le arrecherebbe il danno maggiore?

Eh, «belìn», non scherziamo, eh: Paulinho. Perdere lui, vuol dire perdere la serie A.

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