I perché della crisi di Inter e Napoli

Le due deluse figlie dei limiti dei loro allenatori e delle loro società - i numeri che condannano Stramaccioni - le foto della 28^ giornata -

Mazzarri e la panchina del Napoli a Verona (Credits: ANSA/VENEZIA)

Carlo Genta

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Chievo e Bologna, due logiche squadre molto italiane di pallone, prendono a calci le illusioni di Napoli e Inter. Non obiettivi e nemmeno speranze, illusioni appunto. Figlie sempre più pallide della lettura in controluce della classifica e di meri distacchi solo teoricamente recuperabili, una teoria che non tiene contro dell’inerzia della situazione in campo.

L’Inter è stata distrutta sulla corsa e sulla tattica dal Bologna nel primo tempo e, una volta cotta, infilzata allo spedo nella ripresa. Il resto un inutile sbattere d’ali della preda senza scampo. L’Inter non si capisce proprio cosa sia. Lasciate stare i legittimi alibi dei tanti assenti e un mercato d’inverno che al momento non ha aggiunto niente. Che squadra è l’Inter? Quale idea c’è dietro, quale disegno? All’inizio era forse strampalato, ma almeno chiaro: tre “avanti” di talento e con il gol facile (Milito, Cassano, Palacio) e gli altri a pedalare per portare acqua e munizioni e difendere un ottimo portiere. Idea semplice, quasi elementare, che funzionava. Che funzionato fino a quando articolazioni ormai legittimamente consumate dal tempo, quelle di Samuel e Milito, si sono sbrindellate. Scoprendo, più che il bluff, i limiti di allenatore e società.

Da lì Stamaccioni è andato avanti un po’ per tentativi, montando la porta girevole davanti alla panchina, quasi in cerca, cambio dopo cambio dopo cambio, di una formula chimica che potesse funzionare. Invece funziona nulla, come i giocatori che il club ha iniettato nella rosa a gennaio e che hanno dato più o meno niente, salvo il gol di Schelotto nel derby. Kovacic sarà bravo o bravissimo, ma dà l’impressione di non capire dove è stato paracadutato e cosa gli si domandi esattamente, oltre a portare in campo un numero e aspettative troppo pesanti. Degli altri nessuna traccia. L’Inter è a un punto dalla Fiorentina, a tre dal Milan a sei dal Napoli. Se volete leggere solo la classifica a dieci partite dalla fine, molto sarebbe ancora in gioco. In realtà non si vede e non si capisce come. Allo stesso modo diventa difficile immaginare il Napoli secondo la sera del 19 maggio, al game over del campionato.

Fin troppo facile leggere il Napoli, basta guardare Cavani, ieri comico addirittura poveretto, quando in fuorigioco ha respinto un tiro di Dzemaili. E lasciamo stare il rigore, che veniva voglia di scommettere in diretta sull’errore. Momenti che capitano agli attaccanti, anche a quelli grandi. E che sono l’opposto di quelli in cui sfiori il pallone col naso e finisce all’incrocio. Il problema è che il Napoli è solo i gol di Cavani e al creatività di Hamisik. Va dove lo portano loro, come abbiamo detto e scritto anche troppe volte. Gli altri ci mettono le gambe che in questo momento sembrano, stranamente vuote. Qui forse le colpe di Mazzarri che pare si sia un po’ bruciato nell’obbligo di una missione più grande di lui e della sua squadra, ancora incompleta. Non ci sono altri margini di crescita in questo Napoli, ne servirebbe uno diverso e magari pure un altro allenatore perché il sangue delle rape, che lui è bravissimo a spremere, sembra finito.

La Juventus ha vinto lo scudetto. Segnatevelo: lo diciamo oggi, prima della metà di marzo.

E il Palermo andrà in serie B. Giustamente, anche perché Zamparini non riesce a trovare il confine della decenza: Gasperini dura una partita. Richiamato Sannino che aveva iniziato la stagione. Può essere una mossa programmatica per affrontare le scale mobili del piano di sotto. Ma in ogni caso fa molto ridere.

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