Beppe Viola, giornalista

30 anni fa moriva uno dei più grandi giornalisti sportivi di sempre. Il ricordo di Sergio Meda, collega, amico

Beooe Viola in un'immagine durante un programma tv, in Rai (Credits: ansa)

di Sergio Meda, direttore di www.sportivamentemag.it , magazine di cultura sportiva

Di Beppe Viola ho un ricordo ben vivo, di quando lavoravamo insieme a Magazine, un’agenzia giornalistica che si era inventato con alcuni colleghi non soggetti a invidie e avrebbe dovuto consentirgli di fare “ciao” alla Rai dopo oltre vent’anni di sopportazione. Reciproca. Beppe era stufo di essere uno “strano, atipico”, di sentirsi dire che con il suo carattere non avrebbe mai fatto carriera. Non c’era bisogno di farglielo notare. A 42 anni aveva capito “la solfa”, in Rai era già passato dalla tv alla radio e ritorno, facendo quasi sempre pentire i pochi capi che lo prendevano in considerazione. Uno intelligente, diceva qualcuno di lui, ma intelligente è un termine equivoco, in Rai, allora come ora. Meglio dare incarichi ai lecchini, strisciano così bene. Anzi, come dicono ancora oggi i funzionari Rai, sono “sempre a disposizione”. Per capirci, in Rai aveva due soli amici, Bruno Pizzul e Carlo Sassi, quest’ultimo definito con sano realismo “un ragioniere alla moviola”.
Gli volevano così bene in Rai che un brav’uomo anonimo lo denunciò perché in estate andava in video con la Lacoste sotto la giacca. L’accusa era che prendesse i soldi da “quelli del coccodrillo”. Indagine serrata e nessuna responsabilità accertata. Sortì solo una reprimenda a Viola, l’obbligo di camicia e cravatta, così “avrei sudato di più e meglio”.

Beppe si definiva “fuori ordinanza” mentre i più lo giudicavano una mina vagante, troppo fuori dagli schemi, un soggetto rischioso. Da dichiarato tifoso milanista riusciva a fare incazzare il popolo rossonero dicendo alla Domenica Sportiva che il Milan aveva giocato in maniera “pietosa”. Ma c’era del vero. Celebre è il servizio che montò mandando in onda la sintesi di un derby dell’anno prima, degno di essere rivisto, perché la partita andata in scena quel giorno a San Siro era stata “inguardabile”.
Potete immaginare il centralino Rai in ebollizione per le chiamate di insulti dei tifosi di entrambe le parti. Il massimo lo raggiunse commentando una partita della Francia in cui Platini non passava mai la palla a un compagno. Beppe aggiunse soltanto “cerchez la femme”. Non pochi juventini s’infuriarono perché giravano voci che la signora Platini frequentasse un altro dei “Bleu”. Il gossip in Rai non c’era ancora, diciamo che lo inventò Beppe. Se ne avesse conosciuto la degenerazione si sarebbe astenuto.

Beppe aveva tra i suoi più grandi amici il giornalista Gino Rancati, capace di redarguire per radio anche il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, per il suo ritardo a un GP di Monza (1959 o 1960, le cronache non riportano l’episodio). Visto che per dare il via dovevano aspettare l’illustre ospite Rancati disse “chi occupa una carica di rilievo dovrebbe dare il buon esempio”. Licenziato in tronco, il giorno dopo. Per Viola, Rancati era un eroe.

Attenzione, la carriera di Beppe non era costellata d’inciampi. Celeberrimo - e visionatissimo, lo trovate su youtube - il servizio con Rivera sul tram numero 15, a Milano. Beppe si stupiva che lo ricordassero in tanti. Su quel pezzo di bravura e su di lui innovatore hanno fatto una decina di tesi di laurea in varie facoltà italiane. Decisamente non male per uno che Giancarlo Padovan, per dire di un collega che non lo amava, ha definito “un giornalista minore”.

Della popolarità, di cui a fasi alterne godeva, Beppe era consapevole. A modo suo. Un giorno andammo insieme a denunciare lo smarrimento della sua carta d’identità. Al commissariato i due agenti all’ingresso si diedero di gomito, vedendolo apparire. Uno disse non proprio sottovoce: “C’è quello de L’Intrepido, come si chiama?”. In effetti aveva la fotina accanto alla rubrica settimanale. Commento di Beppe: “Vedi cosa significa lavorare da tanto in Rai, hai delle soddisfazioni”.

Scriveva anche “sui muri”, Beppe, per dire che le collaborazioni non mancavano. Teneva molto alla rubrica su Linus che gli aveva imposto Oreste del Buono, per lui soltanto fratello del suo amico Pilade. Da quegli scritti scaturì il libro “Vite vere compresa la mia” che suggerisco ai fortunati che hanno nei pressi una biblioteca che l’abbia in catalogo. Non ho mai capito perché non l’abbiano ristampato. Ma qualcuno potrebbe sempre rimediare.

Sul fronte delle espressioni scritte gli mancava la Pravda e l’Agenzia Nuova Cina, per difficoltà con la lingua. Il resto no, secondo lui era “messo bene”. Aveva solo un sogno, quello di conoscere almeno un albanese. “Come sarà mai fatto un albanese? Non se ne è mai visto uno in Italia”, se lo domandava spesso. Gli sarebbe bastato campare un po’ di più, ne avrebbe conosciuti più d’uno, tra uno sbarco e l’altro.

Lavorava molto per pagare i debiti di gioco, per via di cavalli e altre amenità con le carte. Ma alla genetica non puoi opporti. Basti, in proposito, il suo racconto di quando un giorno suo nonno, parodiando involontariamente il film Il Piccolo Lord, lo portò in una vallata del Salernitano. Dopo avergliela mostrata con orgoglio, invece di dirgli “tutto questo un giorno sarà tuo”, gli raccontò “me la sono ballata a scopone”. C’è di più. Un suo zio, emigrato a New York negli anni Cinquanta, viveva all’ippodromo di Yonkers, dove aveva un ripostiglio in cui dormiva. “Aveva fatto amicizia con quelli della sicurezza. Era sciocco cacciarlo di notte. In fondo era come a casa all’ippodromo. Come non capirlo?”.
Domani sono trent’anni che Beppe Viola non c’è più. E a un po’ di gente, a me per primo, manca molto.

Sergio Meda

P.S.
Aneddoto lungo, caro a Beppe Viola. Lui lo dava come realmente avvenuto. Da centellinare.

Incendio a Roma che la troupe Rai – siamo negli anni 60 – vuole filmare da vicino ad ogni costo, nonostante un blocco dei carabinieri a 200 metri dal luogo dell’incendio. Fermano tutti, non la macchina Rai, una 1100 di quel fantastico azzurro metallizzato che solo i più vecchi ricordano, con la botola dalla quale emerge l’operatore, che forza il blocco e va a riprendere le fiamme.

Due giorni dopo arriva un carabiniere motociclista in viale Mazzini e recapita una busta per la Direzione del Personale. Nella lettera si cita l’episodio, l’auto (modello e targa) e si richiede di fornire i nominativi dei componenti la troupe per le opportune sanzioni. Lettera a firma di un maggiore dei CC.

In Rai se ne infischiano, non danno seguito alla cosa. Trascorrono altri tre giorni, il tempo della riflessione e un altro carabiniere motociclista recapita il sollecito: “In riferimento alla nostra segnalazione del giorno tal dei tali in cui segnalavamo le gravi inadempienze della troupe che non si arrestava all’alt delle forze dell’Ordine, vi preghiamo di prendere solleciti provvedimenti. In fede”. Segue la firma di un colonnello dei CC.

Anche qui nessuna risposta della Direzione del Personale. Alzata di spalle. Passano altri tre giorni e una terza missiva raggiunge la Rai, con il riepilogo della vicenda e il richiamo ai due solleciti inevasi. Perentoria la chiusa: “Si richiama la necessità di una punizione esemplare per coloro che si sono resi interpreti di un fatto di così inaudita gravità”. La lettera è a firma di un generale dei CC.

A quel punto in direzione del Comando dei CC parte una missiva a firma Rai Direzione del Personale che, parafrasando quanto scritto dai CC nelle loro richieste, si conclude con questa frase: “In merito alla Vs richiesta di una punizione esemplare vi comunichiamo che i tre – autista, giornalista e operatore/fonico – protagonisti del fattaccio sono stati giustiziati all’alba nel cortile della Rai di fronte alle maestranze schierate”. Sulla vicenda è sceso l’oblio.

Scheda Beppe Viola
Nato a Contursi Terme, provincia di Salerno, nel 1939, Beppe Viola è cresciuto a Milano dove ha iniziato a scrivere di sport a metà degli anni Cinquanta collaborando all'agenzia Sportinformazione. Nel 1961 è entrato in RAI. Ci ha lasciati a 43 anni, il 17 ottobre 1982, per una emorragia cerebrale, durante il montaggio di uno dei suoi servizi sulla partita Inter-Napoli di quella domenica.

Chi è Sergio Meda

Milanese, classe 1949, felici trascorsi a La Gazzetta dello Sport in vari ruoli, nel 1982 lascia il Gruppo Rcs per fondare, con Beppe Viola, Magazine, un riuscito esperimento di agenzia di comunicazione in tre ambiti: sport, spettacolo e costume. Dopo divertenti esperienze fuori settore - medicina e medicina dello sport - è rientrato in Gazzetta a metà degli anni Novanta, questa volta all’Ufficio Stampa delle manifestazioni, in particolare del Giro d’Italia di cui ha retto le sorti sino all’edizione del Centenario (2009).

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