Basket

Usa: addio a Pat Summitt, nessuno ha vinto più di lei nel basket universitario

1.038 vittorie e 8 titoli in 38 stagioni da coach dell'University of Tennessee, poi il ritiro per una precoce demenza senile e ora la morte a 64 anni

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Paolo Corio

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Al di qua dell'Oceano il nome di Pat Summitt diceva (e dice) qualcosa solo ai grandi appassionati dello sport americano in generale e del basket in particolare. Ma negli Usa era e rimarrà una vera leggenda, anche dopo la sua morte a 64 anni in una casa di riposo per anziani di Knoxville, nel suo adorato Tennessee, dove era ricoverata per una precoce forma di demenza senile di cui aveva dato notizia in prima persona nel 2011, annunciando contestualmente il suo ritiro dalla pallacanestro.

Ma chi era Patt Summitt? Semplicemente il più vincente coach di sempre del basket universitario americano, maschile e femminile: un primato assicuratole dai 1.098 successi in 38 stagioni alla guida delle Tennessee Lady Volunteers, condotte per otto volte al titolo nazionale e per ben 18 alle prestigiose Final Four che chiudono la stagione del college basketball. Un impressionante palmares, arricchito da una medaglia d'argento da giocatrice alle Olimpiadi di Montreal 1978 e da un oro sulla panchina degli Usa ai Giochi di Los Angeles 1984, che le fecero guadagnare la stima e il rispetto di tanti e ben più celebrati colleghi maschi, spalancandole nel 2000 le porte della Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, "l'arca" che raccoglie i più grandi nomi della storia della pallacanestro americana e mondiale.


In quasi quattro decenni sulla stessa panchina, il suo ingaggio era tra l'altro passato dagli 8.900 dollari del 1974 alla sua prima stagione all'University of Tennessee al milione e 400 mila dollari del suo ultimo contratto, siglato all'inizio della stagione 2008-2009, subito dopo aver vinto l'ottavo titolo con le Lady Volunteers. Ma non sono queste cifre a certificare la grandezza di Patt Summitt, bensì l'affetto sempre dimostratole dagli appassionati di basket universitario e dalle tante ragazze (non tutte necessariamente campionesse) che ha allenato e che ora la piangono senza paura di affermare che in molti casi quella donna - prima ancora che coach - ha cambiato loro la vita. Nel senso del modo in cui viverla.

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