Basket

Il ritiro di Basile: l’addio al basket di un talento per nulla "ignorante"

Dice addio alla pallacanestro il re del tiro "ignorante". E giocatore intelligente come pochi altri

Italian Gianluca Basile sits on the benc

Teobaldo Semoli

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Tiratore ignorante, giocatore intelligente. Un ossimoro, un paradosso, un assurdo che descrive in qualche modo Gianluca Basile, la cui carriera è terminata ‘ufficialmente’ ieri con una conversazione insieme all’amico Matteo Soragna pubblicata su La Giornata Tipo.

Teo: “Minchione, ma allora giochi la coppa Italia con Capo?”
Baso: “Me l’ha chiesto Enzo (Sindoni n.d.a.) ma non mi alleno da sei mesi e poi sinceramente non ho più voglia”
Teo: “Sarebbe stato figo, però!”
Baso: “Sì, ma mi sono reso conto che sto bene così, vado a pescare, vado a funghi, mi prendo i miei tempi…”
Teo: “Quindi smetti?”
Baso: “Mi sa che è arrivato il momento”

Da La Giornata Tipo

Non fatevi ingannare dai ‘minchione’ ricevuti e scambiati con l’ex compagno in azzurro o dai tiri, quelli sì davvero ignoranti, che facevano mettere le mani nei capelli ai suoi allenatori – solo fino a che non vedevano la palla bruciare la retina – e saltare sulla sedia i tifosi di Reggio Emilia, Fortitudo e Barcellona; molto meno quelli di Cantù, Milano e Capo d’Orlando, ultimi approdi di una carriera che aveva già detto tutto. Basile è stato uno dei giocatori più intelligenti degli ultimi tre lustri di pallacanestro azzurra. E non solo dal punto di vista tecnico. Per questo sarebbe riduttivo parlarne citando solo le doti tecniche (del tiro, non stiamo neanche a parlarne) o il palmarès: 2 scudetti italiani e altrettanti spagnoli, una Eurolega (ultimo italiano a vincerla..), un argento olimpico, ecc. 

Il Baso non è stato così fortunato come dice di essere stato: è arrivato (per davvero) in nazionale chiamato da Tanjevic in una squadra che, con Messina, aveva appena vinto l’argento europeo. In quella squadra ha accettato di giocare da playmaker, ruolo con meno concorrenza, come cambio tattico di “Picchio” Abbio  per dare tiro (poco, con Myers in campo) e soprattutto difesa.

Alla Fortitudo si è ritrovato davanti Myers, di nuovo, e poi Karnisovas, Mulaomerovic, Jaricli citiamo come lui li ha citati, in quest'ordine, nella sua chiacchierata di addio – con i quali non era così facile guadagnare minuti. 

A Barcellona, qualche anno più tardi (era il 2005), ha dovuto farei i conti con i dettami di un sergente di ferro come Ivanovic, maniaco della difesa, in una squadra con così tante stelle che anche il Basile dominante di metà anni 2000 poteva rischiare di perdersi: è successo a tanti in quel genere di squadra. 

Risultato: medaglia d’oro, da gregario (e non è un’offesa), all’Europeo del 1999; due scudetti (2000 e 2005) con la Fortitudo di cui uno, il secondo, da capitano; due scudetti, più tre coppe del Rey, e un’Eurolega da protagonista in 6 anni da idolo indiscusso dei catalani (dopo Navarro, sia chiaro). 

In mezzo ci sarebbe lo stracitato argento olimpico, ad Atene nel 2004, con l’Italia di Charlie Recalcati. Una squadra 'stellare' solo col senno di poi. Un gruppo difficile in un momento di cambio generazionale: chi avrebbe detto che il Poz, rientrato in azzurro dopo i dissidi con le precedenti gestioni (per non fare nomi), avrebbe formato con Bulleri la miglior coppia di playmaker del torneo. Che l’esordiente Soragna si sarebbe dimostrato l’uomo-collante che Recalcati ricerca sempre nelle sue squadre. Che Galanda avrebbe difeso come mai gli era successo prima. Che Marconato e Chiacig avrebbero formato sotto canestro una coppia meravigliosamente 'brutta' (in senso estetico) e dannatamente efficace. Che Basile avrebbe infilato tutte, ma proprio tutte, le triple decisive della storica semifinale con la Lituania.

Solo uno con un'intelligenza staordinaria avrebbe potuto prevedere certe cose. Come quando dopo il torneo di Bormio, in preparazione degli Europei 2005, aveva sbottato contro il nuovo gruppo dei giovani azzurri colpevoli, secondo lui, di scarsa applicazione: anche lì ci aveva visto lungo. Se i tiri ‘ignoranti’ del Baso sono ciò che rimarrà impresso sugli schermi di una carriera straordinaria il filo conduttore sotterraneo del film è, paradossalmente, la sua straordinaria intelligenza che lo ha sempre fatto essere, o meglio diventare il giocatore giusto nel posto giusto.

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