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Finale scudetto, Pozzecco: "Se vince Reggio, vincono gli italiani"

Pur legato a Meo Sacchetti e alla gente di Sassari, il Poz si sbilancia a favore della Grissin Bon alla vigilia della decisiva gara-7

pozzecco

Paolo Corio

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Più che una serie, un'interminabile gara di resistenza che dopo tre estemporanee prove speciali (ovvero i supplementari che hanno permesso a Sassari di imporsi per 115-108 in gara-6) vede finalmente un traguardo in quel di Reggio Emilia, sede venerdì sera (diretta ore 20,45 su RaiSport) della settima e ultima tappa di questi infiniti playoff scudetto 2015.

Una sfida - quella tra Grissin Bon e Banco di Sardegna - che non smette di stupire, sia per gli inattesi protagonisti sia per il suo andamento che la sconsiglia fortemente ai tifosi deboli di cuore e che la rende appassionante anche per chi non vi è direttamente coinvolto. Come ad esempio Gianmarco Pozzecco, che incontriamo a Chiavenna (Sondrio) dove, smaltita la delusione del forzato addio alla panchina di Varese, è ora impegnato sempre per conto del club biancorosso nell'organizzazione di un camp che vedrà i ragazzi del basket animare i centri sportivi della località turistica in attesa che la stessa prima squadra - appena affidata a Paolo Moretti - vi vada in ritiro.

Gianmarco, a inizio stagione ti saresti mai aspettato di vedere Reggio Emilia e Sassari giocarsi il titolo?
"Assolutamente no, questa finale mi ha sorpreso molto. E soprattutto - non lo nego - per la presenza di Reggio Emilia, che a inizio stagione consideravo poco talentuosa e poco atletica. Tra l'altro, è stato questo anche il grande errore da me commesso con Varese: pensare che per la serie A fosse più importante un forte atletismo e un talento spiccato rispetto alla conoscenza della pallacanestro, che è la principale e apprezzabilissima dote con cui la Grissin Bon è arrivata sin qui".

A questo punto fare un pronostico è quasi insensato...
"Ovviamente. Però mi sbilancio lo stesso: anche se mi dispiacerebbe molto per Sassari, perché sono molto legato a Meo e alla loro realtà, dove sono stato spesso e sempre con grande piacere, preferirei che vincessero gli italiani di Reggio Emilia, perché la loro vittoria avrebbe un significato davvero particolare e lancerebbe un messaggio a tutto il movimento".

Quello che gli italiani - appunto - possono ancora fare la differenza?
"Esattamente. Lo dico senza offendere nessuno, perché l'ho vissuto anch'io quando stavo a Mosca: Cinciarini e Polonara hanno iniziato a sognare fin da bambini di vincere il tricolore e, se ce la facessero, il valore aggiunto che gli ha consentito di giocarsela alla pari, anzi di essere superiori ai tanti talenti stranieri di Sassari sta proprio lì. Magari è una visione un po' romantica, ma che lo scudetto di Reggio renderebbe fondata sui risultati".

Quello della difesa dei giocatori italiani è un tuo vecchio "cavallo di battaglia"...
"Già nel 2003 polemizzai con l'allora presidente della Fip Fausto Maifredi perché non mi piaceva il fatto che si andasse nella direzione di non tutelare i nostri talenti, cosa che a mio giudizio avrebbe portato a un impoverimento della pallacanestro italiana. Discussi anche con Recalcati, al tempo ct della Nazionale: ricordo che Charlie mi disse che nell'arco di due-tre anni si sarebbe tornati a un numero limitato di stranieri, ma non è successo. E quello che non hanno fatto le regole, ora lo possono fare Cinciarini e compagni, incrementando una tendenza che ho visto con piacere questa stagione, in cui diverse squadre sono tornate a credere che gli italiani possano fare la differenza".

Hai citato Andrea Cinciarini: il tuo giudizio "da play a play"?
"Un giocatore a lungo sottovalutato per le ragioni di cui sopra, ma che a me è sempre piaciuto per una caratteristica fondamentale: migliora sempre. Solitamente i giocatori italiani, arrivati a un certo punto, smettono di crescere, mentre Andrea ha continuato ad accrescere il suo bagaglio e a portare in là i suoi limiti, riuscendoci anche all'interno di questi stessi playoff. Un elemento che deve far riflettere tanto gli altri giocatori italiani quanto noi allenatori, che a volte non riusciamo a stimolarli in questo percorso".

Ehi, hai detto "noi allenatori": quindi stai di nuovo pensando a una panchina?
"No, era solo per tirarmela un po'... Scherzi a parte, ho sofferto molto per com'è andata l'ultima stagione, ho anche detto 'mai più', ma era più la sofferenza a farmi parlare che il raziocinio. Oggi sono riuscito a fare una disamina un po' più lucida e può essere che un giorno torni ad allenare. Però a oggi vorrei rimanere a Varese e il nuovo coach è Paolo Moretti, per cui faccio già il tifo".

L'abbiamo sempre pensato e questa intervista ce lo conferma: in attesa di altri scenari, il Poz (con tutte le sue contraddizioni, ma anche con un raro entusiasmo e con un'ancora più rara onestà morale) sarebbe perfetto per far crescere nuovi talenti italiani. E forse dalle parti di Varese ci stanno pure già pensando.


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