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Basket

L'Olimpia Milano e quel sempre discusso scudetto dell'89

Il libro di un ex-magistrato accusa: "Fu fatta vincere dai poteri forti della politica". La parola alla difesa nella persona dell'allora gm Toni Cappellari

Se passate in città e finite a parlare di basket, chiunque - a meno che al tempo non fosse un tifoso degli acerrimi rivali della Pallacanestro Livorno - vi dirà che quell'ultimo canestro delle finali 1989 realizzato da Andrea Forti era assolutamente buono e che il titolo sarebbe dovuto andare alla Libertas Livorno anziché all'Olimpia Milano. Una polemica da Guinness dei primati, che resiste a distanza di ben 25 anni e che va a braccetto con l'altro episodio da giallo sportivo che vide sempre protagonista l'Olimpia: la monetina lanciata dagli spalti del palazzetto di Pesaro che in semifinale colpì alla testa Dino Meneghin e ribaltò il risultato del campo decretando la sconfitta a tavolino della squadra di casa, sentenza determinante per la successiva eliminazione dei marchigiani.

Proprio quella monetina (o meglio gli eventi che ne derivarono) torna oggi a fare notizia, complice il libro di memorie "LGM, Lessico Giudiziario Minore" a firma di Pierfrancesco Casula, ex-magistrato andato in pensione come presidente del Tribunale di Rimini. In un capitolo intitolato non a caso "Meneghin", l'autore - riportando le confidenze di Guido Carlo Gatti, allora gm di Pesaro - afferma che la Milano del basket venne aiutata a vincere il sempre discusso scudetto niente meno che dai poteri forti della politica. Con tanto di nomi e cognomi: secondo quanto riportato da Gatti e ripreso da Casula, furono Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri a telefonare a Roma per far convocare addirittura in un Ministero il presidente della commissione giudicante e invitarlo caldamente (ribaltando la decisione presa dallo stesso la sera prima) a emettere un verdetto in favore dei milanesi. Motivo di tanto interessamento? Non tanto il tifo per l'Olimpia, quanto il fatto che vincere il titolo era l'unica possibilità per il club di non andare incontro a problemi finanziari che ne avrebbero addirittura messo in dubbio la sopravvivenza.

Se l'accusa è chiara, e malgrado il tempo trascorso pure pesante, la difesa va d'ufficio a Toni Cappellari, allora general manager dell'Olimpia Milano e l'uomo che alla fine della quinta partita a Livorno, nascostosi in tasca il "foglio rosa" (consegnato dal tavolo a fine partita alla squadra vincente), camminò con faccia impassibile nei corridoi del palazzetto divenuto ormai una bolgia per poi sventolarlo trionfante una volta chiusosi alle spalle la porta dello spogliatoio. "Affermazioni davvero senza fondamento", è la pronta replica di Cappellari, "e anche con un falso cronologico. Il risultato archiviato fu infatti il 91-78 a favore di Pesaro, con noi che comunicammo agli arbitri l'intenzione di fare reclamo, chiedendogli anche di preannunciare la cosa nel referto di fine partita. Reclamo che venne inoltrato a Roma il giorno successivo e subito discusso nell'ambito della giudicante, senza alcuna notte di mezzo".

La monetina di Pesaro


Ora però quella monetina torna a far discutere alla pari del canestro di Forti...
 
"Posso solo commentare che il giudice, dopo aver preso atto di tutte le proposizioni nostre e di Pesaro, ci diede partita vinta a tavolino, con la Scavolini che non fece nemmeno reclamo in seconda istanza. Tra l'altro, eravamo in un periodo in cui era frequentissimo il lancio di monetine in campo e quella sentenza, per quanto negativa per Pesaro, fu estremamente positiva per il nostro basket perché dalla stagione successiva quella pessima abitudine scomparve".

Che ci dice dei rapporti tra l'Olimpia e la politica di allora? 
"Riguardo Paolo Pillitteri, posso dire di non averlo mai visto a una nostra partita e non capisco quindi perché dovesse mai intervenire a nostro favore... Quanto a Carlo Tognoli, sindaco di Milano fino a qualche anno prima, era in effetti un occasionale spettatore alle nostre partite, ma un intervento come quello supposto nel libro è davvero inimmaginabile da parte di un personaggio che ricordo di grande discrezione. Tra l'altro, è una grossa bufala anche la teoria relativa a un possibile crack finanziario dell'Olimpia in caso di mancata vittoria: ci fu una suddivisione del patrimonio all'interno della famiglia Gabetti e Gianmario, grandissimo tifoso al contrario del fratello Elio e del padre, ottenne di ricevere tra le altre cose la società, di cui rimase proprietario fino al 1994 senza che ci fosse mai una sofferenza economica. Meglio che si rassegnino tutti: quello, per quanto caratterizzato da due episodi tanto particolari, fu uno scudetto meritatamente conquistato sul campo".

Probabile però che le discussioni vadano avanti ancora, superando il quarto di secolo...
"Certamente, ma lasciamo stare i poteri forti e tutto il resto. Per lavoro capito a volte a Livorno e immancabilmente c'è qualcuno che mi riconosce al ristorante e mi dice con l'inconfondibile accento del luogo che comunque quel canestro era buono. Poi però ci ritroviamo a parlare del vero dramma, e cioè che a Livorno è purtroppo sparita la pallacanestro di serie A, quella con cui siamo stati orgogliosi di giocare tante sfide in quei tempi ormai lontani".

La partita di Livorno nella ricostruzione di "Sfide"

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