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Flavio Tranquillo su Michael Jordan: "Ecco perché nessuno come lui"

Alla presentazione della prima biografia a fumetti dell'ex numero 23 dei Bulls la voce di Sky Sport prova a spiegare il mito di MJ

Michael Jordan (L) of the Chicago Bulls goes to th

Teobaldo Semoli

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“Non è facile trovare un solo motivo, ma è evidente che quando si parla di Michael Jordan si parla e si parlerà sempre di qualcuno diverso da tutti gli altri”. 

Davanti a una trentina di appassionati riunitisi all'Airness di Milano per la presentazione della prima biografia a fumetti di Jordan, opera della mente e della mano di Wilfred Santiago, Flavio Tranquillo apre il suo personale libro dei ricordi, quello di chi ha vissuto il punto più alto della carriera di MJ dalla tribuna stampa del Delta Center di Salt Lake City: “Sono passati un po’ di anni e i ricordi iniziano a sbiadire, però ricordo bene che sia nel ’97 che nel ’98 ci sono stati momenti in cui sembrava chiaro che avrebbero vinto i Jazz. Subito dopo però sembrava altrettanto chiaro che i Bulls non avrebbero mai potuto perdere. E questo solo perché Jordan era in campo e giocava con la loro maglia…”.

 

Sì perché quando si parla di Michael Jordan non si parla solo di un’eccellenza assoluta dal punto di vista del gioco, per controllo tecnico e carisma dentro il campo. MJ è anche uno straordinario uomo di immagine e comunicatore – per usare un termine po' antico...–; uno che ai tempi del VHS, senza avere a disposizione i milioni di fan e follower dei social network ordierni, è riuscito ad entrare nell’immaginario collettivo di tutti come il più grande cestista di sempre.

“Da un punto di vista mediatico è (di nuovo) difficile definire l’appeal che Jordan era ed è in grado di esercitare sulle persone – ammette Tranquillo –. Come quando qualche anno fa, in borghese e imbolsito, ha fatto letteralmente "venire giù" il forum di Milano con quattro, dicasi quattro parole. Durant e Duncan, tanto per citarne due, difficilmente riuscirebbero a fare lo stesso.. Questo potere è una cosa che o ce l'hai o non ce l'hai: Kobe Bryant ce l’ha, LeBron James pure. Jordan ne ha più di tutti”. 

La controindicazione, quando si parla di una leggenda come quella del numero 23 di Chicago, è di sfociare nell’idolatria assoluta, dimenticando gli sbagli, le cadute, e le risalite: dal rifiuto ai tempi dell’high school, quando venne scartato per un coetaneo fisicamente più pronto – proprio da questo episodio prende il via il racconto del libro di Santiago – passando per il ritiro e le voci sulle scommesse, fino al ritorno con tutte le difficoltà del primo anno.

“Il rischio, più passa il tempo, è di dimenticarci i momenti difficili della carriera di Jordan – avverte Flavio – che sono ciò che davvero lo ha reso grande. Lui stesso lo ha ricordato in un indimenticabile discorso in occasione del suo ingresso nella Hall of Fame del basket. In quell’occasione ha indicato uno per uno tutti i presenti in sala che non avevano creduto in lui. Ora ditemi, chi avrebbe avuto il carisma e la credibilità per farlo? In questo senso sì, possiamo dirlo: ‘come MJ, nessuno mai’”.

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