Basket

La lezione delle ragazze del Qatar (con e senza hijab)

La Fiba autorizza i copricapi religiosi, ma una clausola subito li blocca ai Giochi asiatici: quando perde lo sport e vince la squadra

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Paolo Corio

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Il via libera della Fiba, la massima autorità mondiale del basket, alla possibilità di indossare in campo un copricapo religioso era arrivato lo scorso 18 settembre, salutato come l'ennesimo gesto di tolleranza dello sport in un momento in cui a vincere nel mondo sono purtroppo ben altri sentimenti.

Chissa perché, una norma per promuovere la fratellanza dei popoli e superare qualsiasi confine di credo, prevedeva però una postilla paradossalmente e inutilmente restrittiva: "l'autorizzazione sarà concessa ai campionati dei Paesi le cui Federazioni ne facciano richiesta". Pane per i denti dei burocrati sempre in agguato nella vita come nello sport, inclusi i solertissimi commissari dei Giochi Asiatici attualmente in svolgimento in Corea del Sud: appellandosi a quella clausola, è stato così impedito alla Nazionale femminile del Qatar di giocare il match contro la Mongolia perché alcune delle sue giocatrici si sono presentate sul parquet con il hijab.

Subito dopo l'episodio, la Fiba s'è affrettata a comunicare che risolverà la questione nel giro di brevissimo tempo, forse addirittura poche ore, ma l'occasione di regalare una storia diversa è ormai sfumata, con tanto di vittoria a tavolino per l'incolpevole Mongolia. E con le ragazze del Qatar che hanno dato comunque una bella lezione di sport ai politici che ne stanno al vertice: ci riferiamo a quelle giocatrici che non indossavano il copricapo (come testimonia la foto sopra) e che non hanno però esitato un attimo a rientrare con le compagne negli spogliatoi in nome di qualcosa di più del solito spirito di squadra.

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