Eurolega: la Final Four secondo coach Messina

Alla guida del Cska Mosca il più vincente allenatore italiano parteciperà a Milano alla sua undicesima finale. "Dove contano soprattutto semplicità e psicologia"

Ettore Messina, 54 anni, è tornato alla guida del Cska Mosca dopo un'esperienza nell'Nba come assistente ai Los Angeles Lakers. – Credits: Getty Images.

Paolo Corio

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Quella che si svolgerà al Forum di Milano da venerdì 16 maggio sarà per Ettore Messina, coach del Cska Mosca, la decima Final Four di Eurolega; l’undicesima se contiamo anche la finale del 2001, l’ultima prima dell’avvento della formula a quattro per l’assegnazione della Coppa dei Campioni del basket, che l’allenatore italiano (il primo anche ad allenare come assistente nell’Nba) ha conquistato due volte con la Virtus Bologna e altrettante con il suo attuale club. Meglio di Ettore Messina in Europa ha fatto solo l’ormai leggendario Zeljko Obradovic, finalista per 13 volte e vincitore per 8, rimasto però questa volta fuori dai giochi con i turchi del Fenerbahce Ulker.

Coach Messina, quanto vantaggio dà l’esperienza in una Final Four?
“Come ama ripetere ‘Boscia’ Tanjevic, grande saggio della panchina, l’esperienza è la somma degli errori che hai fatto in precedenza. Speriamo allora che siano serviti per trovare le soluzioni giuste anche nel prossimo weekend di Milano”.

Al di là della tattica, qual è il principale compito di un allenatore in una manifestazione come questa, dove ogni azione è decisiva?
“Semplificare le cose il più possibile: se cominci a cercare di mettere in atto strategie complicate, finisci solo per pagarne le conseguenze. Poi, e qui torniamo all’esperienza, un coach deve essere bravo ad azzeccare la valutazione dello stato d’animo della squadra: ci sono gruppi maturi, che affrontano con sicurezza l'evento e che anche nei momenti psicologicamente più delicati vanno quindi solo guidati dal punto di vista tattico, e altri invece con giocatori che si innervosiscono facilmente e sui quali bisogna allora intervenire infondendo una calma vincente. Purtroppo però farlo non è così facile come dirlo e ogni Final Four è una sfida anche sotto questo punto di vista”.

Sfida alla quale voi arrivate con il peso mentale di una doppia sconfitta interna nei playoff della lega russa contro il Lokomotiv Kuban: crede in una pronta reazione del suo Cska?
“Sicuramente questa vigilia non ci trova contenti, ma non è nemmeno una situazione così strana: purtroppo i playoff attaccati alla Final Four sono sempre situazioni molto delicate, perché la testa di tutti è alla finale europea. Va anche detto che nel primo incontro della serie siamo partiti bene, con un iniziale vantaggio di 26-6 che abbiamo poi gettato al vento staccando la spina; e il giorno dopo, incavolati e nervosi, abbiamo perso per la seconda volta secondo il più classico dei copioni, favorito anche dall’assenza per infortunio di Micov e Jackson. E mentre il primo riusciamo di sicuro a recuperarlo, il secondo continua a non stare bene: il vero problema sta proprio nelle condizioni fisiche di Jackson, che ha sempre guidato la squadra insieme con Teodosic. Quanto alla reazione psicologica, credo che ci sia sempre quando si scarta da una competizione all’altra: lo abbiamo visto tante volte nel basket come anche per diverse big del calcio”.

A proposito di calcio, il grande basket europeo arriva a Milano per un evento che raccoglie contemporaneamente quattro diverse tifoserie all’indomani degli episodi legati alla finale di Coppa Italia: sarà anche una lezione di civiltà?
“Ho la certezza che ancora una volta la Final Four sarà un appuntamento sportivo e di correttezza di alto livello. Mi è capitato di assistere a qualche tensione in occasione della presenza di tifoserie greche rivali, ma al di là di quei singoli episodi ho sempre vissuto un grande clima di festa, che rende questo evento molto simile a quello della Final Four del basket universitario americano. Ho anche ricordi di tifosi avversari che mi hanno fermato per fare una foto insieme in un clima di sereno entusiasmo: se un padre portasse il figlio al Forum, ammesso che riesca ancora a trovare i biglietti, gli regalerebbe di sicuro un grande spettacolo di sport, qualcosa di molto diverso da quello che purtroppo si vive oggi nei nostri stadi”.

In una recente intervista a Famiglia Cristiana lei ha dichiarato di essersene andato dall’Italia perché stufo di essere considerato il nemico n°1 nei palazzetti. Le recenti vicende giudiziarie legate alla Montepaschi Siena denunciano un ulteriore crisi morale del nostro basket: un commento?
"Dal mio lontano punto d’osservazione mi sembra di capire che Minucci sia stato scelto alla guida della Legabasket sulla base delle capacità professionali dimostrate alla guida della Mens Sana e con la valutazione da parte dei presidenti dei club che in fondo gli erano attribuiti ‘solo’ reati fiscali, secondo la prassi del tradizionale buonismo all’italiana. Ora sembra però che il problema sia di aver destinato a uso proprio parti dei fondi e quindi siamo passati a un tipo di reato diverso rispetto a quell'altro, già di per sé non piacevole. Mi spiace per Minucci sul piano personale, perché non è mai bello vedere la gente in manette, ma è indubbio che ora la Legabasket è in grave difficoltà ed è un peccato che la nostra pallacanestro finisca sui giornali soprattutto per queste cose e non per ragioni sportive. Bisogna allora ripartire dalla certezza dei delitti e delle pene, per citare Cesare Beccaria, ma questo è un problema che non riguarda purtroppo solo il basket ma l’intero Paese e che ci porterebbe assai lontano…”.

Torniamo all’Europa, quindi: a suo avviso c’è una favorita per la Final Four?
“A un’eguale domanda dei giornalisti israeliani, il mio collega e prossimo avversario della Final Four David Blatt, coach del Maccabi, ha risposto con ironica intelligenza dando i nomi delle altre tre formazioni. La cosa mi ha fatto moto sorridere e colgo l’occasione per fare lo stesso: Maccabi, Real Madrid e Barcellona”.

Ci immaginiamo una risposta evasiva anche in merito al suo vociferato futuro in Nba come capo-allenatore dopo la prima esperienza da assistente ai Los Angeles Lakers…
“Sono sincero: quello che leggete voi è quello che leggo io, anche se una regola non scritta dice che nel momento in cui se ne parla tanto, qualcosa sotto ci deve pur essere... Ma sinora nessuna telefonata, anche se non nego che la cosa mi farebbe piacere, perché l’esperienza a Los Angeles è stata davvero eccezionale e mi piacerebbe ripeterla. Qualora arrivasse un’offerta, prima di dire sì dobbiamo però fare una seria riunione familiare per decidere cosa vogliamo fare da grandi, perché non possiamo continuare ad andare a destra e sinistra in giro per il mondo secondo le opportunità del momento”.

Fermiamoci allora un attimo per guardarci indietro: qual è la Final Four che le viene subito in mente?
“Non ho mai considerato il basket slegato dalla vita e i ricordi della Final Four spesso si intrecciano anche a momenti personali dolorosi. Diciamo allora che quelle che vinci, sono quelle che ti restano più volentieri in mente”.

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