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Antonello Riva: da leggenda del basket a imprenditore (di successo)

Cosa fa oggi l'ex Nembo Kid della pallacanestro italiana? Gestisce un'attività da 3 milioni di fatturato

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Teobaldo Semoli

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Non è nient’altro che il miglior marcatore di sempre della serie A italiana, con alle spalle una carriera da giocatore lunga quasi 30 anni – costellata di successi, con un oro e un argento europeo oltre che uno scudetto e due coppe dei campioni – e 10 anni da general manager tra Rieti, Veroli, Caserta e Roma.

‘Ma chi è oggi Antonello Riva?’. Lo abbiamo chiesto direttamente all’ex ‘Nembo Kid’ del basket italiano che abbiamo incontrato a Milano in occasione di ‘EduCare Sport’, seminario organizzato dal Coni insieme a BNL con l’obiettivo di formare gli atleti in vista di una nuova vita post carriera.

Antonello, sappiamo che dopo l’ultima esperienza a Barcellona hai abbandonato definitivamente la carriera da general manager. Per fare cosa?

“E’ iniziato tutto un paio di anni fa: ero insoddisfatto del mio ruolo di dirigente sportivo che in Italia è diventato una figura con mansioni sempre meno definite e legata più all’aspetto economico che a quello tecnico”.

E quindi cosa hai deciso di fare?

“Mia moglie aveva dei contatti con un’azienda tedesca di integratori che stava tentando di espandere il suo business nel mercato italiano. Avendo una certa sensibilità sul tema del benessere fisico, che è stato uno dei segreti della mia lunga carriera, dopo aver verificato la validità dei prodotti, tutti doping free, ho iniziato a promuoverli anche in Italia”.

Hai dovuto sostenere grossi investimenti?

“In realtà ho solo fatto fruttare i contatti di 40 anni di pallacanestro. Parlando con atleti e addetti ai lavori è iniziato un passaparola che in 20 mesi mi ha permesso di generare un fatturato annuo di circa 3 milioni di euro”.

 Come funziona questo sistema di vendita? 

“E’ molto semplice: per ogni prodotto che vendo guadagno una percentuale. Se una persona vende uno dei miei prodotti a un’altra persona l’azienda riconosce a entrambi un'altra percentuale di quei ricavi, e via dicendo. La cosa che più mi galvanizza è che riesco allo stesso tempo a guadagnare e far guadagnare i miei contatti”.

Nessuna nostalgia del mondo del basket?

“Purtroppo il basket italiano è sceso di livello sotto ogni punto di vista. Non è solo una questione di soldi: il primo problema è che il pubblico si identifica sempre meno nella propria squadra, con campionati che cambiano nome ogni anno e con regole per niente chiare”.

Ti piace quello che sta succedendo a Cantù dove un magnate russo ha investito e rinnovato pesantemente squadra e società?

“Se il nostro obiettivo è ‘sopravvivere’ ben vengano i capitali stranieri, ma non sono d’accordo con il prostituirsi. Gerasimenko è arrivato e ha cambiato tutto: se lo ha fatto perché la società non aveva un progetto allora sono d’accordo; altrimenti non penso proprio sia questa la strada per risalire la china”.

Come vedi Milano a pochi giorni dalle Final Eight di Coppa Itaia?

“Nonostante gli ultimi risultati la squadra mi sembra ancora work in progress. Sono ancora certo che a maggio l’Olimpia sarà la formazione da battere in ottica scudetto, ma per ora ha ancora troppi punti deboli..”.

Qual è la differenza più grande della Milano di oggi con la ‘tua’ Milano? 

“Essere una squadra costruita per vincere non è necessariamente un male, soprattutto se questo deriva dall'avere certi budget da spendere sul mercato giocatori. Bisogna però capire se l’ambiente è in grado di gestire una tale pressione..”.

Da ex GM, quali squadre stanno lavorando bene?

“Reggio Emilia ha un settore giovanile ben organizzato e che porta tanti giocatori italiani in prima squadra. Anche Trento, in modo diverso, ha costruito il suo roster in maniera oculata con il progetto di uno zoccolo duro che possa durare almeno nel medio periodo. E’ la prova che quando i dirigenti vengono scelti bene e lasciati lavorare si possono fare buone cose, anche senza grossi budget”.

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