Le macerie di Barcellona e Real

Molti raccontano di un ciclo e di un allenatore finiti. Siamo davvero sicuri? - le foto delle semifinali -  Il Barça prepara una rivoluzione  - A chi andrà ora il pallone d'oro?

L'allenatore del Real Madrid, Jose Mourinho, nella semifinale di ritorno contro il B. Dortmund (Credits: JAVIER SORIANO/AFP/Getty Images)

Carlo Genta

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Premessa: non ho visto nemmeno un minuto di Barcellona-Bayern. Non mi piacciono i funerali sportivi, nemmeno quello di una squadra che non mi sta particolarmente simpatica come il Barca. Esagerato in tutto, perfino nelle sconfitte.

Un po’ ovunque potete trovare numeri, cifre e statistiche di una disfatta storica, quindi inutile stare a ripetere qui. Basta questo 7-0 che è tanta roba. Quanto basta per sottolineare altrettante volte in rosso la fine di un ciclo. Le giustificazioni ci sono e che fosse una stagione sfigata per il Barcellona si è capito abbastanza presto.

Lasciamo a voi ogni considerazione e percentuale sull’importanza di un allenatore per una squadra di calcio, ma è chiaro che non averlo proprio conta. I blaugrana avevano scelto la strada della continuità nel dopo Guardiola e forse l’errore capitale è stato proprio questo, a prescindere dalle capacità del povero Tito Villanova che ha avuto problemi ben più seri degli acciacchi di Messi e del declino progressivo del “tichi-taca” del centrocampo. Per fare un paragone un po’ blasfemo, la situazione del Barcellona ricorda vagamente quella dell’Inter del triplete. Quando se ne va un allenatore così caratterizzante, forse è meglio spaccare tutto e ricominciare, che mettere della colla qua e là. Tanto più che la continuità del Barca sarebbe stata comunque garantita dalla catena di produzione che parte dal vivaio. E qui sta l’abisso della differenza che separa i catalani dai nerazzurri.

Non si sarebbe arrivati alle parole di Piquè: “Servono decisioni importanti”. Parole che non competono a un giocatore e che mettono il dubbio che il gruppo non sia più così unito, tra piccoli capricci della sua stella argentina e peso specifico dei senatori sull’ambiente (a proposito di Inter e di altri argentini…).

Quasi superfluo ogni commento su quella macchina da guerra perfetta che è oggi il Bayern Monaco. Resta solo da vedere se si materializzerà quello che, ne siamo certi, è il sogno inconfessabile e libidinoso di Jupp Heynckes. Cioè consegnare a San Guardiola una squadra meravigliosa che ha vinto tutto. “Tieni ragazzo. Mi hanno cacciato a metà stagione e ora guarda qui. Prova un po’ a fare di meglio”.

A proposito, non è chiarissimo il motivo per cui nel gran casino delle panchine non rimbalzi mai il nome di questo tedesco con gli occhi da vecchio rapace. Magari perché non è cinematografico come il giovane collega Klopp che non è fesso è ha capito come tira il vento tra telecamere e microfoni: qualche volta è importante esagerare e fare il personaggione. Insegna il maestro indiscusso di quest’arte che è ovviamente quello che da Klopp le ha prese.

Anche qui siamo certi: molti o moltissimi godono, magari senza ammetterlo, per la disfatta di Mourinho che non chiuderà con il Real con “zeru tituli” (Supercoppa spagnola e magari Copa del Rey). Ma è ugualmente evidente che stavolta ha perso. Come perdente è stata alla fine la strategia di mettersi contro chiunque avesse qualcosa a che fare con le maglie bianche: se non tutti con me allora tutti contro di me. Come sta stampato sulla faccia di Casillas, simbolo del Real e della Spagna, sbattuto in fondo alla panchina a fare il portiere di riserva.

Al solito Josè se ne andrà lasciando un mucchio di cocci. E anche in questo caso converrebbe armarsi di scopa e ripulire per poi rifare da capo. Con quale allenatore non è ancora dato di sapere, ma pare proprio non con Ancelotti che sarebbe stato perfetto. E per cui avremmo fatto un infernale tifo, accompagnandolo passo dopo passo nella terra arsa e senza un filo d’erba come sempre lasciata dal diabolico comandante portoghese. Che continua da lontano a tenere sotto controllo e a giocherellare abilmente con l’Inter e i suoi sentimenti. Un pasto caldo per lui ci sarà sempre nella Milano nerazzurra: non minestra riscaldata, sia chiaro, ma montagne di caviale ed ettolitri di champagne.

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